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Il tango delle parole

 

Ho questo fremito lungo tutto il corpo, un misto di agitazione ed eccitamento, sorrido ed ho le mani bollenti. Vi prendo la mano, vi guardo speranzoso e vi invito a danzare un tango sulle parole. Di solito, si dà poca importanza a cosa siano in realtà le parole. Le parole sono i disegni dei suoni, una manciata di lettere che prende vita, anima. Esse ci permettono di portare fuori il nostro mondo interiore, il flusso di attenzioni che custodiamo dentro.

Nel tango, tutto inizia nel primo sguardo, perché è un racconto d’amore! Come per questa danza che non puoi fare con chiunque, ci sono alcune parole sono talmente preziose da poter essere donate esclusivamente alle persone care. Tipo: amata, tata, vita mia, papà, mamma, pensate a ti amo e mi piaci… non sono sempre agglomerati di lettere? Eh no. In questo caso sono nuvole di sentimenti, emozioni, variopinti palloncini riempiti a vita vera, quando ti toccano i sensi esplodono, come vento forte, portando in loro tutta la carica di energia che gli è stata soffiata dentro. Richiamano immagini; proprio come se al palloncino svolazzante, fosse legata una cara foto.

Devi sentire la compagna di ballo, devi capirla, anticiparla, ammaliarla, conquistarla, alternare attrazione fatale a repulsione; come le parole. Sono talmente ricettive e sensibili, che per influenzarle basta il tono e loro cambiano subito significato. Allora sono scatole da riempire con pezzi di noi, si, quando parliamo ci confezioniamo e ci doniamo al nostro interlocutore. Persino quando litighiamo, caricando questi magici contenitori d’animo umano di tutto il nostro risentimento o disappunto. Possono diventare anche taglienti, anche dei veri e propri corpi contundenti, ma loro non ci giudicano mai, loro eseguono! Come perfetti soldati innamorati della patria (che poi è la nostra mente, il nostro pensiero)

Ballando insieme bisogna prendere decisioni e scegliere dove tenere le mani, in che direzione mettere il piede… per questo c’è il si ed il no. Che potenza!! Due sole lettere a cui normalmente è legata la creazione del nostro destino. Una scelta, un intento, una decisione. Pensate solo al Si del matrimonio, a quello della richiesta del primo appuntamento oppure a quando arriva il momento di fare all’amore… Come potremmo vivere senza? Ed il No? Provate ad immaginare che senza non potremmo mai liberarci, da quello che non ci sta bene o che ci fa soffrire. I nostri piccoli avverbi (si sono avverbi opinativi, detti anche particelle affermative e negative) sono angeli custodi del nostro futuro, compagni di scelte, a volte quasi impossibili da dire, ma essenziali più dell’aria.

Mentre ti lasci andare, scorrono le emozioni e la voglia di prendere a tirare a sé la compagna, farla sentire il tuo tutto. Anche la parole a volte ti fanno: saltare, sorridere, sussultare, piangere, pensare e tutto il resto. Con le parole puoi tutto!

Non hanno mai fine, come i numeri, se ne possono inventare di nuove mischiandole o storpiandole, pensate a petaloso (si, sto ridendo, non lo dovevo dire petaloso) pensate ad Ops, fatelo piccolo piccolo, diventa Opsino, un neologismo. Pensate a trallalero o a supercalifragilisticoespiralidoso, vado matto per le parole lunghissime, sono sempre complicate ed affascinanti; mi ricordano le donne.

In molti tango c’è lo schiaffo come passo (finto eh non fatemi male), di solito per ricordare alla mente un arrabbiatura, per comunicare velocemente qualcosa di tosto come con le parolacce. Sono le prime che impari se vai in un paese straniero, quasi per sentirti parte di quel luogo, certamente per non essere preso per il naso! Ce ne sono di tantissimi tipi, alcune innoque, altre pesanti sgradevoli, concedetemelo in questa parentesi; anche po’ stronze. Ci sono quelle dei bambini, tipo scema o scemo, che dette in un contesto ridanciano a persone care, diventano quasi degli elogi all’ironia. E quelle dette con complicità sotto le coperte, che bruciano l’aria tutt’intorno. Potremmo parlarne, ore ed ore, e non mi annoierei mai. Ci sono delle volte in cui serve un bell’intercalare di rottura, per dare sapore quando: siete esasperati, vi danno una notizia sconvolgente o siete in macchina nel traffico. Niente è meglio dei nomi volgari degli organi genitali.

Forse adesso, dopo tutti questi volteggi sulle parole, ci sta una stretta con la mano sulla schiena; maschia, per far sentire la presenza, un casqué ed un quasi bacio; perché parlo dei saluti. Per esempio quello definitivo, addio, etimologicamente ti lascio nelle mani di Dio, dell’universo, quasi sempre inteso come ti lascio a Dio, perché io non posso o non voglio più curarmi di te. A me piace pensare che addio sia: lasciamo il nostro prossimo incontro nelle mani del cielo, quando vorrà, quando saremo pronti, quando è perfetto rivederci. Poi c’è il frizzante ciao, il pomposo arrivederci, il timido ma caro buongiorno che come il caffè ci sveglia. I miei preferiti sono quelli che davanti hanno una a come: a domani, a presto, a dopo… Sono speranzosi, danno idea di un contatto, odorano di futuro luminoso.

Quindi ancora tutto affannato e rapito dalla musica, lascio la vostra mano scorrendola e percependola fino all’ultimo millimetro e sperando in un prossimo tango vi dico… a presto.

@ilPhirlosofo

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(con la scusa, vi mostro un mio dipinto sull’argomento)

Pubblicato in: Amore

Gli innamorati

 

Eccovi!

Avete gli stessi occhi di sempre

e per sempre quei gesti tra le mani, dalle bocche

ancora dolcissimi suoni di zucchero filato.

Tenetevi stretti!

Dalla foto accanto al letto non vi staccherete

un giorno soltanto,

neanche quando sarà sogno,il rimpianto, un ricordo

di innamorati.

 

(Gli Innamorati, Alessandra Corbetta)

www.alessandracorbetta.net

Pubblicato in: Costume&Societa', RACCONTI, Riflessioni

Patisserie (parte 2)

Alle nove del mattino seguente, Viola stava sul balconcino a bere caffè. Tra le sue cose preferite al mondo, di cui sovente aggiornava la classifica, ai primi posti c’era sempre bere il caffè. Il significato rituale, le chiacchierate con la mamma, gli incontri, i versi, le canzoni: una tazzina era in grado di contenere tutto questo e molto altro ancora.

Lei, che aveva imparato a poco a poco a privarsi di ben altro, non rinunciava mai alla schiumetta calda del latte; un cucchiaino all’inizio e uno alla fine era come qualcuno che le dava il buongiorno e poi il bacio della buonanotte.

Aveva una bella sensazione addosso. Se la sentiva adatta, comoda proprio come quel paio di sandaletti rossi che indossava fiera e che continuava a rimirarsi. Le vennero in mente le scarpette rosse di Karen, protagoniste di una fiaba che si era fatta leggere più e più volte quando era piccola.

Intanto respirava il mare: non lo vedeva ma ne sentiva l’odore. La sua vicinanza le dava serenità.

Si mise ad apparecchiare il tavolino per la colazione: di lì a poco Sveva si sarebbe svegliata e Viola voleva farle trovare tutto pronto. Un piccolo grazie per la sua esistenza preziosissima e bionda.

In pochi minuti tutto era fatto, così Viola si accomodò a una delle sedie della tavola ormai imbandita sul suo balconcino in attesa del risveglio di Sveva.

Spezzò un quadretto di cioccolato fondente dalla tavoletta che aveva messo al suo posto e se lo mise in bocca. Lo gustò piano, dolcemente, sotto il sole già caldo e tante possibilità sotto ai piedi.

In quell’istante di ebbrezza mattutina si ricordò di Flavio, il pasticcere. Il cioccolato, improvvisamente, diventò ancora più buono.

[to be continued…]

Alessandra Corbetta

www.alessandracorbetta.net

Pubblicato in: RACCONTI, Riflessioni

In punta di piedi

Lui non c’è.
L’ho capito rigirandomi durante il risveglio e non provando alcun bisogno di sistemarlo.
Per riflettere, incurante del costume da pagliaccio noleggiato per la festa di ieri sera, mi siedo sulla poltroncina ai piedi del letto; qualcosa preme sulla mia natica.
– Ti nascondi anche!, gli sto parlando, sono impazzito!
Lo tiro su, mi sfugge di mano e cade in terra, rotolando sotto il letto. Nella semioscurità lo scorgo rizzarsi in piedi e correre via sui suoi attributi, i miei, e gli grido:
– Ma che cazzo fai?
– Cosa vuoi?, risponde.
– Oddio, parli anche, adesso?
– Pensavi fossi muto?, ribatte.
– Che c’entra; non ho mai sentito dire che un…coso parli, scusa, non so come chiamarti.
– Non sai di cosa sono capace, controbatte.
– Va bene. Comunque vieni qui!, gli ordino.
– Neanche per sogno.
Stampo la faccia più simpatica di cui sono capace, poi con uno scatto fulmineo cerco di afferrarlo. Lui si schiaccia contro l’angolo del muro e dice:
– Lasciami in pace.
– Sei impazzito? Che ti ha preso? Cosa fai? Torna al tuo posto. Subito!
– Non ci penso proprio, dice con tono di sfida. Allora non hai capito. Sono stufo di te e delle cazzate che fai! Voglio starmene un po’ per conto mio, mi gela.
– Ma di quali cazzate straparli?
E aggiungo con tono rassicurante, un attimo prima di sferrare l’attacco finale:
– Stammi bene a sentire. Torna al tuo posto e basta!
È più veloce di me, correndo sui quei due improvvisati piedini si rifugia sotto l’armadio.
– Va bene, parliamo.
– Non abbiamo niente da dirci.
– Mi spieghi cosa ti ho fatto?
– Cosa hai fatto? Non lo sai?, giuro che per quanto mi sforzi non ho capito.
– Spiegamelo.
– L’altra settimana la farmacista, poi quella del bar. Il cesso del quarto piano. Credi sia instancabile? Ieri sera, quella strappona di infermiera. Beh, gli avete dato giù. Io però entro in sciopero. Non sono un ragazzino. Prima o poi facciamo qualche brutta figura.
Accidenti, non mi aspettavo tanta coscienza da un… Lo incalzo.
– Vorresti dire che a te non piace?
– Ah, bravo! Tu pensi che io mi diverta. Inizio a invecchiare, ho molto lavorato, voglio solo un po’ di tregua.
– Che dici? Vuoi farmi credere che mentre lavori non ti diverti?, chioso.
– Non ti voglio far credere nulla. È così!
Lo provoco di nuovo.
– A te non fa alcun effetto fare nuove conoscenze, stringere amicizie o… visitare luoghi sempre diversi?
– Maiale! Sudicio porco. Pensi solo a quello!
Afferro un maglione e mi tuffo sul pavimento cercando di schiacciarlo contro il muro. Lo tengo stretto. Un po’ troppo forte perché il dolore in basso mi fa impazzire.
– Sentimi bene, stronzetto. Per prima cosa andiamo in bagno. Poi facciamo i conti, lo minaccio.
Passando davanti lo specchio del bagno mi accorgo di quanto sono ridicolo, con il mio coso stretto nel maglione. Mentre indugio nel pensare lui ne approfitta per divincolarsi.
– Lasciami in pace, mi giunge da lontano con tono lamentoso.
– Capirai anche da solo che senza di me sei solo un pezzettino di carne senza valore. Alto come un…
– Ah, sì? E tu capirai che senza di me sei nulla, risponde raggelandomi, – e aggiunge – credimi, in punta di piedi ad almeno venticinque centimetri ci arrivo.
– In punta dei piedi? Sei pazzo, di quali piedi vai farneticando? Comunque pensavo di chiederti consiglio, in futuro, prima di incontrare qualcuna, aggiungo in tono conciliante.
– Vedo che stai scendendo a più miti consigli. Che ne dici se iniziamo oggi?
– Oggi?
– Sì, con quella! L’infermiera succhiona.
– Ho un appuntamento con lei?
– L’hai invitata per le tredici e trenta. E non hai nemmeno iniziato a preparare uno dei tuoi soliti pranzetti afrodisiaci.
– Ascoltami. Non mi far fare brutte figure. Oggi va così, poi parliamo.
Entro nella vasca e poggio la testa sul bordo, isolandomi per un attimo dal mondo.
Devo preparare tutto, mi asciugo, tra le gambe faccio prima del solito.
– Pss, pss…pss, dove sei? Dove ti sei cacciato? Vieni qua!
Non risponde, un silenzio innaturale si è impadronito della casa.
Apro il cassetto della biancheria e infilo saltellando il primo slip che trovo. Sul davanti si forma una grande bolla di aria che subito si affloscia. Indosso rapidamente una camicia e poi dei pantaloni afferrati dall’armadio.
– Dove seeei?
La casa è avvolta in un silenzio irreale.
Ora lo trovo e lo sistemo, non può essere lontano.
Un’altra fitta all’inguine, più forte delle precedenti, mi colpisce nell’attimo in cui il campanello di casa mi avvisa che la mia ospite è già arrivata.

by Sthepezz

@Conte27513375

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Sorprendersi/2

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Già, sorprendersi. Vi dicevo che bisogna anche raccontarlo. Ascoltate questa storia…

Non si erano più sentiti, né visti, da circa ventisette anni, dall’ultimo giorno dell’esame di maturità commerciale, al termine del quale, stanchi e sfibrati, ci si era salutati con un fugace “buone vacanze, ragà, finalmente…!”.

Era un torrido giorno di luglio, anno 1983. La vita di Giorgio e Chiara si era rannicchiata, poi, in rispettive diverse direzioni universitarie e personali.

Lei, tra Roma-Sapienza, il suo paesello e il suo amore. Matrimonio con prole, dopo pochi anni; separazione con divorzio finale, dopo pochi altri anni.

Lui, tra Napoli-Federico II e il suo nuovo paese, lontano. Poi, a seguire, libera professione, matrimonio, figli.

La prima sorpresa che si erano visti piombata addosso, era stata il non (volere) incontrarsi più. A causa dei diversi destini? Dell’aver trovato dimore diverse? Sapete, tra i due c’era stata, qualche anno prima, una cotta adolescenziale non corrisposta. Lui se n’era invaghito, di lei, appena uscita da una crisi sentimentale ma ancora innamorata però dell’altro (quello che poi avrebbe sposato). Troppo ingenuamente rassegnato di fronte alla delusione del “niet”, s’era ritirato in buon ordine, come un orso ferito e spaventato. Probabilmente, però, poteva essere solo questione di perseveranza da parte sua, cucciolo timidone, ancora tenero nella sua introversione, rivestita di un’audacia ancora acerba. Lei, si sa, donna sentimentalmente più matura, sebbene coetanea, se lo sarebbe aspettato, lei, un rilancio più vero e convinto dall’amico, cazzone rassegnatosi un po’ troppo sbrigativamente. Erano poi rimasti solo compagni di classe, anche se un (apparente) freddo reciproco li aveva assaliti.

Erano passati gli anni, successioni di primavere e autunni, estati e inverni, i loro. Parlo delle emozioni dei ricordi che, di tanto in tanto, tornavano a pulsare nelle loro teste, nei loro cuori, nelle loro pance. Ormai, ricordi di gioventù, era andata così. Purtroppo.

Ma i cassetti dei sogni di lui (e, vi dico, anche di lei), rimasti chiusi per così tanti anni, erano destinati a riaprirsi dopo essere loro entrati, così, per curiosità, nel malandrino universo Facebook. Che fece sbucare la chiave per riaprirli, per andare ognuno a rovistare tra le carte e le foto, un po’ polverose, di quei benedetti anni della loro andata (?) gioventù.

Una rimpatriata, poi, una cena tra tutti gli amici di quel V^ Ragioneria 1982-83. Tra loro due, l’emozione di un ritrovato sguardo, di un messaggio rapido di occhi lucidi, il desiderio pronto di un abbraccio, questa volta pieno di sorprendente passione. Con in sé la volontà silente, di rimanere, di starsi dentro davvero, stavolta. Di non scapparsi. E di non salutarsi più con uno svogliato “Ciao, alla prossima..”.

La sorpresa, sì, giunta felpata ma violenta, nelle loro vite. Di nuovo. La voglia di rivedersi, poi, da soli.

Di sorprendersi, ancora. Quasi, a volerlo fare per recuperare quei maledetti ventisette anni di assenza apparente. E scoprirsi sorprendere sé stessi, ora. Con una mente diversa.

Di lì a pochi altri giorni, di nuovo autostrada e centoventi chilometri percorsi in un’ora e dieci minuti. Pazzo lui, ma anche lei ad aspettarselo così. Per ritrovarsi davanti a un aperitivo, a raccontarsi ancora, a sorprendersi, diversi. Non già da cinquantenni o quasi, ma da riscoperti adolescenti, pronti a dirsi le loro vite, con gli occhi pieni di sentimento.

A seguire, poi, serie di telefonate, mail, sms, altri incontri rubati alle loro rispettive vite. Un’amicizia (solo un’amicizia) ritrovata ma decisa. E destinata a rimanere, stavolta. E a farli sorprendere ancora, fino ad oggi. E ancora…

“Averti ritrovato è stata una delle cose più belle che mi siano capitate negli ultimi anni.”

Il senno di poi del sorprendersi. Anche dopo ventisette anni.

Beniamino D’Auria 

alias @_Belcor_

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Quiche con ziti, pancetta e formaggio

Quando si pensa alla quiche, di solito, viene in mente la Quiche Lorraine e le sue innumerevoli varianti, ma difficilmente viene da pensare di riempirla con della pasta. Io ho voluto provarci usando un formato spesso sottovalutato, gli ziti, ottimi con sughi corposi (ad esempio la Genovese) e che danno grandi soddisfazioni anche usati per una pasta al forno.

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Tutti cantano Sanremo 

Vince la sessantasettesima edizione del Festival di Sanremo:

Francesco Gabbani

Ed ora tocca a noi.
Eccovi i nostri #tantipensieri sulla manifestazione canora italiana più antica della tv:

Pensando al festival di Sanremo, il primo pensiero è all’immediatezza delle cose belle, come una bella musica o un ritmo che ti prende irreparabilmente. Quanto velocemente entra nel mondo del mi piace una canzone? Delle volte, rimane subito addosso, appena la ascolti. Ti si scolpisce nella mente. Delle altre volte, in mezzo al mare dei ricordi riaffiora, come un tesoro sommerso, portando via tutti gli altri pensieri. Come una lucciola che ti entra dentro dall’orecchio e illumina il senno. Basta un ascolto. Forse perchè una parte di noi è fatta di musica, in fondo anche noi vibriamo nel profondo. Quante memorie legate alle canzoni, quanti brividi quando le risenti. Incantesimi per le orecchie.

Allora guardo Sanremo cercando: nuova magia, nuovo sapore e nuovi futuri ricordi. @ilPhirlosofo

Una mia primavera di tanti anni fa è stata segnata da una canzone, portata a Sanremo nel 1981, appunto, ‘Maledetta primavera’. Loretta Goggi, che la interpretava, parve aver letto quello che mi portavo dentro, la mia prima infatuazione, tra sogni, incontri e .. fretta appunto, che fretta c’era… @_Belcor_

Il Festival ormai sta alla musica italiana come l’accanimento terapeutico sta alla medicina. @Ilpuntodilello

Le abitudini, gradevoli o pessime che siano, hanno sempre un potere riequilibrante e così Sanremo. L’evento televisivo, che con la musica ha molto poco a che spartire, ma che serve alle persone come rituale rassicurante, la conferma che certi meccanismi non muoiono mai. @Frablublu

Colpisce, forse più che in altri anni, la qualità delle canzoni. In negativo. Si sa che al Festival non si portano mai, almeno recentemente, i lavori migliori; questi vengono lanciati nell’anno con una programmazione attenta da parte delle case discografiche. La cosa che colpisce maggiormente è la bassissima qualità dei testi. Ancora le solite rime baciate o testi sconclusionati. Rarissimi quelli interessanti (o almeno parti di canzoni). Agli artisti che si ostinano a scriverseli da soli (magari anche la musica) pensando di essere geni, è consigliabile andar a vedere chi ha prodotto i passati capolavori festivalieri. È facile con internet. Troveranno nomi illustri di parolieri che per decenni hanno sfornato capolavori a vantaggio di bravissimi cantanti consapevoli che ognuno deve fare il proprio mestiere. @Conte27513375

“Le stecche ci sono. Portate il biliardo” @Valentina_G121

“Professione? Moglie di Ramazzotti” – “I ventenni che cantano di grandi amori e errori di vita, non mi piacciono.”@lateoriadelboh

“Non è più buona musica, è una passerella in cui conta solo la visibilità. E non vince mai la canzone migliore”@2FIRSTLINE

“Il mio Sanremo inizia con Adesso Tu e da allora mai avrei immaginato di emozionarmi per una “scimmia nuda che balla”. “Amen” mi risponderebbe” @petruscaA

“Sanremo, gli occhi di mia madre pieni di sogni in quelle notti di note senza tempo. Cantava, poi mi guardava ed io ero felice” @Freud2912

“Per me Sanremo significa:
Vasco, Zucchero, Eros, Laura Pausini, Adriano Celentano, Subsonica” @arica72

Li scrivo in ordine casuale, ma ce ne sono e ce ne saranno altri di grandi artisti lanciati da Sanremo, che ci piaccia o no.

Però Vessicchio non me lo dovevi fare! -“Perché Sanremo è Sanremo” @arica72

Ps: non dimenticheremo mai Sciope’! Grazie Totti!

Il team di tantipensieri

1958:

Pubblicato in: Costume&Societa'

E se andassimo in biblioteca?

Mi piace il profumo dei libri, della carta, il colore, scorrere le pagine. Mi piace leggere da quando sono bambinetta ed ho la fortuna di avere un’amica, Elisa, a cui piace esattamente la stessa cosa, leggere, leggere ed ancora leggere.

Solo che, oltre a leggere, a noi due piace proprio entrare in biblioteca e dare la caccia ai libri. D’estate, poi, la città è vuota e afosa, mentre in biblioteca si sta bene.  Così a 12 anni se non hai un tablet, la nintendo e whatsapp e fa caldo, cosa fai? Io ed Elisa a 12 anni “suonati” e per tutta l’estate scegliamo di rifugiarci nella piccola biblioteca del quartiere. 

Entriamo in quella biblioteca e, la ragazza dagli occhi grandi ed azzurri, che si chiama Rosa, ci spiega e ci consiglia cosa leggere. Ormai è più di una semplice bibliotecaria per noi, ogni volta che ci descrive un libro noi due bambinette ascoltiamo attente ed è proprio così che tutto inizia. 

Questa splendida e giovane bibliotecaria Rosa con una bacchetta magica, degna di Cenerentola, ci insegna il suo lavoro. Si, avete capito bene, io ed Elisa iniziamo a registrare le uscite e gli ingressi dei libri da parte dei vari iscritti, rigorosamente con la macchina da scrivere ed un timbrino per segnare le date, iniziamo a registrare nuovi iscritti ed iniziamo a riporre i libri con la stessa attenzione che si ha quando si entra in un negozio di cristalli. 

Leggiamo, impariamo, parliamo e cresciamo. 

Per due estati di seguito, nel mese di luglio siamo lì, ormai siamo bibliotecarie navigate e gli iscritti ora chiedono anche a noi. Se serve loro un libro noi lo sappiamo, sappiamo ordinarlo se manca, sappiamo consigliare un libro perché, o li abbiamo già letti, oppure la nostra Rosa ci ha già edotte oppure abbiamo imparato a leggere le recensioni, in una parola: tutti si fidano delle due piccole ragazze della biblioteca. 

Oggi le due piccole ragazze sono due donne, sono ancora amiche e sono ancora due tipe con cui non si scherza quando si parla di libri. 

Il ricordo di quelle estati afose in citta, nessuno ce lo toglierà mai; se non avessimo avuto quella biblioteca chissà cosa avremmo fatto. Certo è che, ogni volta che entro in biblioteca o in libreria, mi emoziono ancora. 

Io ed Elisa siamo ancora molto amiche ed entrambe sappiamo che lo saremo sempre.

Arianna Capodiferro

alias @arica72

 

 

 

Pubblicato in: Costume&Società, RACCONTI

La verità viene fuori sempre a denti stretti

Mi sembra di far finta da tutta una vita, questo pensava Alberto mentre si accendeva l’ennesima sigaretta. Non succedeva spesso ma, ogni tanto, si affacciava implacabile questa riflessione. Spesso aveva la netta sensazione di essere solo funzionale alla vita di chi gli stava accanto. Padre, marito, fratello. La sua vita sembrava avere senso solo in quelle ristrette categorie, quasi come se non esistesse più come individuo. Dove li metto i miei sogni? Le mie voglie? Pensava in quei momenti. Dove finisce lo spazio degli altri e inizia il mio? Niente, fingere di non esistere se non in quei ruoli gli appariva sempre come la soluzione migliore, inevitabile. Poi del resto, pensava, cosa facevano di diverso gli altri? Sembrano così felici di questo stato di cose. Così convinti del loro ruolo, addirittura parlando con altri usano con orgoglio espressioni tipo “mio marito”, mia “moglie”, quasi a decretare la perdita definitiva dello status di individuo e a pieno titolo diventare uno dei tanti. In fondo, Alberto pensava che tutte queste masturbazioni mentali non sarebbero servite, forse la vita aveva ragioni più semplici di quelle supposte. Allora cosa era questo senso di vuoto che lo accompagnava sempre? Perché non riusciva ad essere come tanti altri?. Alberto spesso pensava alle differenze, soprattutto a quelle riguardanti i vari generi di persone. Il mondo maschile era molto semplice ai sui occhi. La maggioranza passava l’intera esistenza a misurarsi il pisello. Molti uomini fanno branco tra loro, e parlano di tre cose sostanzialmente: calcio, figa e lavoro. Soprattutto spesso ne parlano in termini beceri. Il pisello è fondamentale nella psicologia maschile. Molto dell’equilibrio maschile è condizionato da questo elemento e dalle relative misure. Il mondo femminile a sua volta era per Alberto ricco di suggestioni. Le figure più importanti della sua vita erano donne. L’aspetto dirimente per Alberto del mondo femminile rispetto a quello maschile era rappresentato dal coraggio. Questo aspetto sarebbe bastato da solo a giustificare la sua netta propensione verso tale mondo. Ma erano tante le sfumature che rendevano le donne diverse. Chiaramente, senza generalizzare troppo, di stronze Alberto ne aveva conosciuto tante. Quello che proprio era insopportabile ai suoi occhi era l’eccessiva, quasi patetica esigenza da parte di queste ultime di trovare un uomo da sposare. Qualsiasi fosse l’estrazione sociale o condizione economica le donne vogliono sposarsi. Fermo poi arrivare a 45 anni con 2 figli e rendersi conto di aver sposato un coglione. Quindi una sterminata    pantomima, tutto per assomigliare al prototipo di persona che i nostri genitori avevano  immaginato. Alberto individuava in questa forbice il grado di infelicità. Maggiore era la distanza dal modello prefissato, maggiori erano le possibilità di essere infelici. In tanti passano un’intera vita a liberarsi dai sensi di colpa per non esserci riusciti. Sentirsi sbagliati, imperfetti, pensare di non meritare amore. Forse la vera maturità la raggiungiamo solo quando iniziamo a sbagliare, fallire come soggetti autonomi.

Senza sovrastrutture, solo la nostra pelle.

Maury @freud2912

Pubblicato in: Cucina

Viva il formaggio col pesce

In Italia vantiamo une delle tradizioni culinarie più varie ed affascinanti del mondo, amiamo definirci delle buone forchette ma soprattutto dei palati esigenti, guardiamo MasterChef e ci esaltiamo nel vedere l’utilizzo della corteccia di betulla nella preparazione delle polpette di bradipo tridattilo (non quello pigmeo, la cui carne è notoriamente più stopposa). Poi però inciampiamo in uno dei luoghi comuni più tristemente diffusi sulle nostre tavole: il formaggio “non sta bene” col pesce.

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