Pubblicato in: RACCONTI, Riflessioni

La Statale 17 e un sogno su due ruote. Prima parte. 

Abitavo in un complesso di sei condomini disposti a ferro di cavallo e il piazzale al centro era il regno di tutti i bambini.  Eravamo perennemente lì a giocare e c’era sempre qualcuno affacciato ai balconi a controllare che non combinassimo guai o che non attraversassimo la strada.  Sì perché proprio davanti casa mia correva la Statale 17, quella della canzone cantata da Guccini e i Nomadi,  ed era un tratto abbastanza pericoloso perché era dritto e largo,  invogliava a pestare sull’acceleratore. 

Ricordo che faceva caldo quel pomeriggio,  ero sotto casa a giocare a pallone,  io contro il muro.

Poi un rombo in lontananza che si stava facendo sempre più vicino,  un suono che mi ha attirato subito. Arrivava dalla Statale.  Una corsa verso il muro del giardino posteriore, un’arrampicata fino in cima per guardare e…  Eccola.

Stava arrivando, luccicava e faceva rumore perché era molto vicina a casa. 

La motocicletta ha rallentato la sua corsa,  ho visto la freccia che si stava illuminando,  avrebbe svoltato proprio verso quella villetta singola all’inizio della strada. Il tipo con il casco si è fermato, ha suonato il clacson e dopo un’attesa brevissima il cancello si è aperto richiudendosi appena la moto l’ha varcato. 

(to be continued) 
@2FIRSTLINE

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I tuoi momenti verità 

Un bicchiere scheggiato, una nota stonata, quell’alito di vento e tu che mi guardi. È sera, il sole è tramontato da un pezzo, tu sei andata a sederti sul muretto della veranda e hai le ginocchia sotto il mento, stringi le gambe in un abbraccio, stai in silenzio e guardi il cielo che pian piano si fa sempre più scuro.
Ogni tanto abbassi lo sguardo e lo pianti nei miei occhi, così, a tradimento. E ogni volta che lo fai arrossisci perché scopri che io sono lì a guardare, a studiare ogni tuo movimento. Ho quel bicchiere in mano, quello scheggiato che uso sempre la sera, quando mi siedo sulla sdraio. È pieno per un quarto di un liquido ambrato che emana un odore pungente e dolce al tempo stesso. Mi osservi prendere la bottiglia e un altro bicchiere, riempirlo e porgertelo. Ora, col bicchiere in mano cambi posizione, ti avvicini con la schiena alla colonna, ti ci appoggi e incroci le gambe. Bevi un sorso e vedo che il primo impatto col rum ti fa sempre il solito effetto: strizzi gli occhi e arricci il naso, e subito dopo ne bevi un altro piccolo sorso. È una scena questa, che si ripete da sempre. E sempre mi fa uno strano effetto, un misto di ammirazione ed erotismo.
Lo stereo. Ecco la nota stonata, mancava qualcosa. Te ne accorgi, ti alzi con un unico semplice e sensuale movimento e ti dirigi verso la piccola mensola sul muro. Lì accanto ci sono i cd, scorri col dito lungo l’interminabile colonnina accanto allo stereo. So già cosa sceglierai, ti lascio fare perché la serata richiede proprio quello. Inserisci il piccolo disco, primi un tasto ed ecco che le note non sono più tanto stonate.
Torni verso di me, afferri i due bicchieri, li riempi di una dose generosa, me ne porgi uno. Poi ti accorgi che non è il mio bicchiere. Sei in piedi, davanti a me, il pantalone di lino e la camicia bianca ti sbattono addosso ad ogni piccola folata di vento. Alzi il bicchiere, quello scheggiato, lo porti alla bocca e bevi. Poi scambi i bicchieri, con quello sguardo un po’ bambinesco tipico di chi fa una cosa che sa che dà fastidio all’altro e che comunque si diverte nel farla. Vai a sederti di nuovo sul muretto, quello è il tuo posto in momenti come questi.
E di colpo inizi a parlare. Ci conosciamo da tanto tempo ma la tua voce non ha mai smesso di essere per me uno dei suoni più belli che abbia mai sentito.
Parli, racconti, tiri fuori dei pensieri e delle considerazioni che stavano lì da chissà quanto tempo e aspettavano solo una serata come questa per uscire e prendere il volo.
Io chiudo gli occhi, sorseggio il rum e ti ascolto. So che sono i tuoi momenti verità, quei rari momenti in cui ti senti totalmente libera e consapevole di poter dire qualsiasi cosa e sai che sarai capita, ascoltata.
Quando finisci di dare sfogo alle tue verità, vieni ad abbracciarmi accoccolandoti addosso al mio corpo come se quel gesto fosse per te l’arrivo dopo un lungo viaggio, al termine del quale, stanca ma soddisfatta, ritrovi finalmente una dimensione che non è solo tua.  Ma nostra.

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Un ovale in volo ed una presa da manuale. 

Primavera 1996, un pomeriggio come tanti in giro in motorino.  Incrocio due amici,  ci fermiamo a parlare un po’. Mi invitano ad andare a vedere il loro allenamento e visto che non ho niente di meglio da fare, accetto.  

Mi siedo su una panca a circa 15 metri dalla linea di fondocampo,  l’atmosfera è rilassata.  Poi iniziano a fare sul serio, io li guardo ma non ci capisco praticamente niente. 

A fianco a me si siede un signore anzianotto, dopo qualche minuto mi chiede se ho voglia di provare a giocare, lo guardo e l’occhio mi va dritto sulla scena in campo.  Rispondo con un “no grazie,  ci tengo all’osso del collo”.  Il vecchio ride. 

Ad un certo punto si sente urlare dal campo verso di noi, una palla calciata male sta volando dritta verso di me,  in aria descrive un movimento stranissimo.  Non sembra un pallone normale. 

È stato un attimo e mi sono ritrovato quella palla ovale tra le mani (solo dopo mi hanno detto che era stata una presa perfetta). Ed ecco il mio primo contatto con il rugby. 

Riconsegnato il pallone, mi sono ritrovato quel vecchio in piedi al mio fianco.  Insiste che dovrei provare.  Sembra che mi stia sfidando, decido che vabbè al limite torno a casa con qualche livido. Mi fanno entrare in campo e un tizio enorme inizia a spiegarmi le basi del rugby. 

Quella palla che volava in aria mi ha fatto scoprire un modo nuovo di vedere tante cose e ha dato un sapore altrettanto nuovo ad alcune  parole come squadra,  amicizia,  correttezza.  

Ho giocato a rugby per cinque anni e i legami che si sono creati allora resistono al tempo e alla lontananza. Anche quando ho appeso gli scarpini al chiodo e non ho più usato il paradenti sono rimasto lì per un po’ ad aiutare gli allenatori dei bambini ad insegnare loro le regole del gioco e a farli divertire. Una volta che si entra in certi ambienti è difficile uscirne ed è un bene che sia così. 

 Ogni volta che posso vado a ritrovare i vecchi compagni e i coach che adesso stanno facendo con i figli dei miei amici quello che hanno fatto con noi a suo tempo,  vale a dire stanno insegnando che vestire la maglia della squadra significa qualcosa che va oltre gli allenamenti e le partite. Significa far parte di una sorta di seconda famiglia che ti forgia il carattere,  che ti insegna a non mollare anche nei momenti più difficili, che crea amicizie indissolubili. 

Il rugby è una passione e come tutte le passioni va coltivata,  alimentata.  È sì un gioco ma è anche uno stile di vita ed è per questo che… “rugbista una vola,  rugbista per sempre”. 
@2FIRSTLINE 
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Noi che urliamo contro il cielo 

 https://youtu.be/nXIbUvfr9fY

Ci si trova a volte in situazioni poco chiare, che ti buttano il morale sotto zero. Sono quelle volte in cui si inizia a urlare contro il cielo chiedendosi “Perché è toccato proprio a me???” 

Mi è capitato qualche volta, lo ammetto, di alzare gli occhi al cielo e di urlare. Ho urlato in silenzio sovente, e ho anche urlato per davvero tirando fuori tutto il fiato che avevo in corpo. Urli contro il cielo perché appena hai stipulato un mutuo trentennale e non puoi restare senza lavoro, perché quell’incidente contro l’ubriaco ti ha distrutto la macchina nuova, perché dopo aver organizzato per un anno intero la vacanza dei tuoi sogni ti rompi il femore in tre punti andando in piazza con la bicicletta o perché ti sei fatto bocciare come uno scemo all’esame per la patente. Urli tenendo la bocca chiusa perché la lei o il lui che ti fa battere forte il cuore ogni volta che è nei paraggi considera tutti, pure i sassi, ma tu non esisti. E resti immobile a urlare contro il cielo a squarciagola come per far sì che Dio ti senta quando, appena diciassettenne, sei in cerca del tuo migliore amico e lo trovi sdraiato su una panchina con un ago in vena. 

Ognuno ha i suoi motivi per alzare gli occhi e urlare contro un bel cielo azzurro.
Ma contro il cielo ci ho urlato anche la felicità che brucia dentro, perché quelli che ti dicevano che non ce l’avresti fatta si sbagliavano di grosso e perché tu, da qui in avanti, potrai dire che sì, i sogni si avverano.

Contro il cielo urli le canzoni che sembrano averti capita meglio delle persone durante quei concerti che sono pezzi di vita insostituibile, e butti le parole a chi non sai più bene dove stia ma speri che stia bene e che non smetta di guardarti.

Il cielo sta lì e tu puoi gridare la tua gioia per un altro profumo di estate, per un altro bacio, uno di quelli che ti lasciano il segno rosso sul cuore, per l’odore del mare che ti pulisce da ogni male e le ferite, col suo sale, non bruciano più.

Contro il cielo ho urlato il prezzo altissimo della mia libertà, il regalo più prezioso che mi sono fatta, e la fortuna di una famiglia che ha la forma di una stella luminosa e calda come il sole.

Urla contro il cielo la gioia per un sorriso inaspettato mentre sei in coda per qualcosa e per la forza che ti può dare sapere che “certi luci non puoi spegnerle”.

Ognuno ha i suoi motivi per urlare contro un tenebroso cielo blu.

Il fatto sarà sempre: STRINGERCI DI PIÙ!

@2FIRSTLINE & @ACorbetta 

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Tutti cantano Sanremo 

Vince la sessantasettesima edizione del Festival di Sanremo:

Francesco Gabbani

Ed ora tocca a noi.
Eccovi i nostri #tantipensieri sulla manifestazione canora italiana più antica della tv:

Pensando al festival di Sanremo, il primo pensiero è all’immediatezza delle cose belle, come una bella musica o un ritmo che ti prende irreparabilmente. Quanto velocemente entra nel mondo del mi piace una canzone? Delle volte, rimane subito addosso, appena la ascolti. Ti si scolpisce nella mente. Delle altre volte, in mezzo al mare dei ricordi riaffiora, come un tesoro sommerso, portando via tutti gli altri pensieri. Come una lucciola che ti entra dentro dall’orecchio e illumina il senno. Basta un ascolto. Forse perchè una parte di noi è fatta di musica, in fondo anche noi vibriamo nel profondo. Quante memorie legate alle canzoni, quanti brividi quando le risenti. Incantesimi per le orecchie.

Allora guardo Sanremo cercando: nuova magia, nuovo sapore e nuovi futuri ricordi. @ilPhirlosofo

Una mia primavera di tanti anni fa è stata segnata da una canzone, portata a Sanremo nel 1981, appunto, ‘Maledetta primavera’. Loretta Goggi, che la interpretava, parve aver letto quello che mi portavo dentro, la mia prima infatuazione, tra sogni, incontri e .. fretta appunto, che fretta c’era… @_Belcor_

Il Festival ormai sta alla musica italiana come l’accanimento terapeutico sta alla medicina. @Ilpuntodilello

Le abitudini, gradevoli o pessime che siano, hanno sempre un potere riequilibrante e così Sanremo. L’evento televisivo, che con la musica ha molto poco a che spartire, ma che serve alle persone come rituale rassicurante, la conferma che certi meccanismi non muoiono mai. @Frablublu

Colpisce, forse più che in altri anni, la qualità delle canzoni. In negativo. Si sa che al Festival non si portano mai, almeno recentemente, i lavori migliori; questi vengono lanciati nell’anno con una programmazione attenta da parte delle case discografiche. La cosa che colpisce maggiormente è la bassissima qualità dei testi. Ancora le solite rime baciate o testi sconclusionati. Rarissimi quelli interessanti (o almeno parti di canzoni). Agli artisti che si ostinano a scriverseli da soli (magari anche la musica) pensando di essere geni, è consigliabile andar a vedere chi ha prodotto i passati capolavori festivalieri. È facile con internet. Troveranno nomi illustri di parolieri che per decenni hanno sfornato capolavori a vantaggio di bravissimi cantanti consapevoli che ognuno deve fare il proprio mestiere. @Conte27513375

“Le stecche ci sono. Portate il biliardo” @Valentina_G121

“Professione? Moglie di Ramazzotti” – “I ventenni che cantano di grandi amori e errori di vita, non mi piacciono.”@lateoriadelboh

“Non è più buona musica, è una passerella in cui conta solo la visibilità. E non vince mai la canzone migliore”@2FIRSTLINE

“Il mio Sanremo inizia con Adesso Tu e da allora mai avrei immaginato di emozionarmi per una “scimmia nuda che balla”. “Amen” mi risponderebbe” @petruscaA

“Sanremo, gli occhi di mia madre pieni di sogni in quelle notti di note senza tempo. Cantava, poi mi guardava ed io ero felice” @Freud2912

“Per me Sanremo significa:
Vasco, Zucchero, Eros, Laura Pausini, Adriano Celentano, Subsonica” @arica72

Li scrivo in ordine casuale, ma ce ne sono e ce ne saranno altri di grandi artisti lanciati da Sanremo, che ci piaccia o no.

Però Vessicchio non me lo dovevi fare! -“Perché Sanremo è Sanremo” @arica72

Ps: non dimenticheremo mai Sciope’! Grazie Totti!

Il team di tantipensieri

1958:

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I miei viaggi 

Nigeria, Cameroun, Mali, Algeria, India, Venezuela, Brasile, Repubblica Ceca, Grecia, Kenya, Ciad…

Ogni viaggio che ho fatto e ogni posto in cui mi sono fermato anche solo per un giorno mi ha regalato delle emozioni che non hanno eguali.
Mi sono trovato volontariamente o mio malgrado in situazioni divertenti, drammatiche, spiritose, tristi. In ognuna di quelle occasioni per quanto mi è stato possibile ho tentato di comportarmi nel modo che ritenevo più giusto, a volte sbagliando e a volte facendo (perfortuna) anche del bene.
Ho visto la ricchezza ostentata ai limiti della decenza e a pochi metri da quella ho potuto toccare con mano la più assoluta povertà, quella che fa guardare al cielo chiedendosi se è vero che Dio esiste e se sì allora perché si diverte in modo così effimero e bastardo a far star male la gente.
Ho incontrato persone che mi hanno arricchito a livello umano ed emozionale e ho anche avuto occasione di conoscere persone che se sul mio cammino non ci fossero state sarebbe stato meglio.
Ho avuto freddo, quello che ti penetra nelle ossa, quello che per quanto tu ti vesta a cipolla con la roba più calda che trovi, avrai sempre freddo. E ho assaggiato il caldo, quello tremendo, quel caldo che ti fa bere in continuazione e hai ancora sete.
Ricordo di ogni posto in cui sono stato un’alba ed un tramonto, un pianto ed un sorriso, un abbraccio e una stretta di mano, uno sguardo… No, di sguardi ne ricordo tanti. Alcuni di quegli sguardi mi accompagneranno per il resto della vita tanto erano penetranti, pregni di significato, di amore, di odio, di rispetto e di indifferenza.
Ho giocato, riso, scherzato e anche discusso con chiunque avesse voglia di rapportarsi con me.
Sono stato fortunato perché ho potuto conoscere culture e modi di vivere che la maggior parte delle persone, loro malgrado, potrà  solo vedere in televisione sui documentari, sognando magari un giorno di poter visitare i luoghi che io ho visto.
Per molti e svariati motivi non viaggio più spesso come in passato e la cosa mi manca tremendamente. Ho voglia di vedere nuove albe, nuovi tramonti, voglio salire su montagne che non ho mai toccato e immergermi nelle acque cristalline di mari esotici, vorrei godere del panorama che mi offre l’oblò di un aereo mentre sorvolo posti che mai visiterò, vorrei sedermi in un bar in un posto dove non sono mai stato e lasciarmi trasportare da odori, sapori, suoni.
Vorrei riprendere a visitare ogni angolo di mondo.
Perché più di ogni altra cosa mi mancano quegli sguardi.

@2FIRSTLINE 


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Una vita al contrario 

Ve lo ricordate? Ma sì, certo! Il mitico Giorgio Faletti che interpretava la guardia giurata Vito Catozzo ed esclamava “porco il mondo che c’ho sotto ai piedi!!”. Da ragazzino ci ridevo tantissimo.

Poi, gli imprevisti e le scelte fatte mi hanno portato a vivere una vita al contrario. Ecco com’è la mia vita da quindici anni a questa parte,  da quando cioè ho iniziato a fare la guardia giurata.

 Spiegare un lavoro simile a chi ne è completamente digiuno non è proprio facile,  come tutte le cose ha dei lati positivi e dei risvolti negativi. È un mestiere come ce ne sono tanti,  ma non è per tutti,  è sacrificato. A volte pericoloso. Porta chi lo fa ad avere una vita sociale quasi azzerata, si lavora prevalentemente di notte, si dorme di giorno,  o almeno ci si prova.  Si deve garantire la continuità dei servizi ai clienti e questo vuol dire lavorare anche e soprattutto nei giorni rossi sul calendario. La paga è quella che è,  ma ci si vive. È un lavoro all’apparenza anonimo e agli occhi di molti alquanto inutile,  ma la realtà è che chi fa lavori come il mio diventa gli occhi delle forze dell’ordine e funge da deterrente e prevenzione.

Ha anche dei lati positivi eh! Ma sono soggettivi.  A me ad esempio il fatto di dover lavorare di notte ha permesso di gestire la quotidianità delle mie bambine, di aiutare mia moglie in casa visto che anche lei è turnista.

E poi c’è la questione che la notte ha tutto un altro sapore, la si vive diversamente rispetto a chi fa un lavoro “alla luce del giorno”.

Ma questa è un’altra storia.
@2FIRSTLINE

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Personaggi in cerca di una maschera


Quante sono le persone che non hanno un’immagine costruita ad hoc per ogni occasione?

È un domandone…
Risposta: a mio parere credo che non ce ne siano.
Ora qualcuno potrebbe inalberarsi dicendo che accuso gli altri di essere falsi ma qui non si tratta di vera e propria falsità, è piuttosto il bisogno smodato ed innato che ha l’essere umano di sentirsi accettato dagli altri, dal gruppo, dalla massa.
Io stesso non ne sono immune.
L’immagine ad hoc la creiamo noi stessi, come un guanto che calzi a pennello sulla nostra mano, oppure viene creata dagli altri perché è in un determinato modo che dagli altri siamo visti.
Facciamo in modo di risultare burberi, cattivi, cinici, amorevoli, simpatici, a tratti stronzi e molto altro prevalentemente per due motivi: per autodifesa e per il bisogno di cui parlavo prima di essere accettati.
Ma contemporaneamente ognuno di noi è visto in modo diverso da chi ci circonda: per mia figlia sono papà, quello che la mattina la sveglia, che la coccola, che la fa andare sulle giostre quando c’è la fiera di paese, che a volte la mette in castigo. Lei mi guarderà sempre in modo diverso rispetto a tutti gli altri.
Per i miei colleghi sono lo stronzo puntiglioso, arrogante e saccente, quello che entra in ufficio spesso borbottando un ciao giusto perché salutare è da educati, e loro continueranno a vedermi così è a me va benissimo. Potrei andare avanti per un pezzo facendo esempi, ma sono certo abbiate capito.
Poi c’è la questione dell’aspetto fisico: siamo come siamo e c’è poco da fare per certi versi o molto da lavorare per certi altri. Ma l’immagine a livello fisico mi interessa relativamente perché a madre natura non gliene frega niente di come siamo. Il problema grosso è che a molti interessa anche troppo.
Questo porta la maggior parte delle persone al tentativo di uniformarsi a seconda della moda del momento, dimostrando purtroppo che voler far parte della massa supera di gran lunga la voglia che ognuno di noi dovrebbe avere di essere sempre e comunque se stesso.
Una mia piccola conclusione: siamo dei personaggi in cerca di una maschera, di un pubblico, di un palcoscenico. Tutti noi lo siamo in un modo o nell’altro… Ma nessuno di noi potrà evitare di fare i conti col suo Io a tempo debito. E allora la spunterà solo chi sarà riuscito a rendere il suo personaggio e la sua immagine molto ma molto vicino a ciò che siamo veramente.@2FIRSTLINE 

Una passeggiata e due biglietti per il teatro. 

Un giorno mi chiese se avessi voglia di fare due passi con lui. La sua richiesta mi parve molto strana, lui non aveva mai fatto due passi in giro per il corso come tutti gli altri vecchietti del paese. Non che si ritenesse superiore o cosa, semplicemente non gli piaceva.

Io, sedicenne, avevo altro per la testa che camminare a passo lento con un vecchio a fianco. Così rifiutai senza starci troppo a pensare, presi il casco e uscii di casa, accesi il motorino e partii alla volta della piazzetta dove di lì a poco, come tutti i giorni, mi sarei ritrovato coi miei amici.
Tra una coca cola al bar (in pieno pomeriggio non potevo bere altro che quella, se mi avessero visto con una birra in mano seduto al tavolino, i miei mi avrebbero tritato) e una partita a biliardino passavamo così gran parte del nostro tempo.
Me ne stavo seduto a ridere e cazzeggiare con attorno gli amici, quando l’ho visto arrivare, a passo lento e calmo, un omone di 130 chili, alto, con i capelli completamente bianchi come la neve. Uno sguardo soddisfatto sul suo viso, quegli occhi verdi che hanno sorriso quando hanno incrociato il mio sguardo.
Mi ha fatto un cenno con la testa, mi sono alzato e mi sono avvicinato a lui. Era di poche parole e quando parlava lo ascoltavo sempre con estrema attenzione, mi è sempre piaciuta la sua voce.
“La sai tutta la parte che devi recitare? Tua madre mi ha detto che fra due giorni c’è la recita in teatro. Sono andato a prendere i biglietti, vengo a vederti”.
Non ha neanche aspettato la mia risposta, è entrato al bar, ha bevuto un caffè e se ne è tornato a casa, dandomi una pacca sulla spalla quando è passato vicino al tavolino dove ero seduto, appena fuori dalla porta del bar.
Aveva anche pagato il conto per me ed i miei amici.
È stata l’ultima volta che ho visto mio nonno: due giorni dopo, il giorno che avrebbe dovuto sedersi in platea a guardare la mia recita scolastica, il suo cuore ha smesso di battere mentre era in mezzo alla terra che aveva lavoro per molti anni.
Conservo ancora i due biglietti che aveva comprato per lui e per mia nonna. Sarebbe stata la prima volta che entravano in un teatro.
Sono passati quasi vent’anni da quella volta che mi chiese di fare una passeggiata con lui. So che non se la prese per il mio rifiuto, ma a distanza di tanto tempo mi rendo conto che quel “no” brucia, è un rimpianto che mi accompagna.
Ho imparato molto dal “grande vecchio” (in casa per scherzare lo chiamavamo così) e i suoi insegnamenti, oggi che credo di essere cresciuto un pò, li custodisco con grande affetto.

@2FIRSTLINE