La ragazza del lago

https://youtu.be/1w7OgIMMRc4

Avevo sette anni l’estate in cui conobbi la ragazza del lago. Come ogni anno, nel mese di giugno, tornavo con i nonni a Montefiascone, amavo quel paese sul lago di Bolsena, mi sentivo libera di gironzolare e fantasticare, senza che gli adulti si preoccupassero per me. C’era il borgo, tutto in salita, la Rocca dei Papi con i giardini, quello spettacolo di panorama sul lago, gli amici della cantina dell’Est Est Est, che ogni tanto, di nascosto, mi facevano assaggiare un goccetto di vino. I miei genitori con i loro amici, ci raggiungevano nei fine settimana, lunghe nottate con chitarra, grigliate e vino, io mi sedevo in un angolo per guardarli, divertita e incuriosita. Poi c’era il lago, la mia passione, con l’isolotto centrale, oggetto costante delle mie fantasie,  la nera sabbia vulcanica e quell’acqua melmosa e scura dove ero certa si nascondessero strane creature lacustri.

Quella mattina sulla riva, mentre entravo in acqua, mio nonno ripeté la sua solita raccomandazione : “non allontanarti, il lago è traditore” ignaro che proprio quelle parole accrescessero la mia curiosità  per quei fondali così scuri. Felice nel mio costumino rosso e gli occhialetti, iniziai la mia immersione, tra capriole e tentativi di rimanere sul fondo il più a lungo possibile, ogni ombra della vegetazione rappresentava per me un mistero che avrei approfondito, creandone una storia prima di dormire. Mentre tornavo in superficie il mio piccolo braccio rimase bloccato e trattenuto da quelli che credevo essere un groviglio di fili abbandonato in acqua dai pescatori, provai ad aumentare la forza per liberarmi e fu proprio in quel momento che apparve lei, con i lunghi capelli come fossero raggi di sole intorno al viso, era bianchissima, molto più delle bambine tedesche con le quali giocavo sulla spiaggia, bellissima nel suo abito bianco, dormiva. La guardavo cercando di capire perché si fosse addormentata nell’acqua quando, improvvisamente, un uomo che avevo già visto altre volte, ma mai con quella faccia sconvolta, mi prese in braccio per riportarmi velocemente a riva. Del perché tutti mi guardassero in quel modo e mia nonna piangesse, avrei avuto la risposta molto tempo dopo, ma la parola morta, proprio quella, mi sembrò davvero strana. 

Lei non era affatto morta, anzi ero sempre più convinta che fosse la principessa della nobile famiglia del Drago, fuggita a nuoto dall’isola Bisentina e provai anche a parlarne a mia madre che improvvisamente era arrivata da Roma, nessuno parlava e mi stavano tutti intorno, la mattina seguente saremmo partiti per il mare, nonostante io volessi restare lì, dovevo assolutamente incontrare la ragazza del lago. E così è stato, è rimasta con me per tanto tempo, l’ho immaginata felice in ogni angolo di mondo ma soprattutto l’ho vista ogni notte addormentarsi sulla poltrona accanto a me, col suo abito bianco da principessa e quel pallore infinito, nonostante mi sentissi molto legata a lei, la sua presenza mi impediva di prendere sonno. Avevo undici anni quando per la prima volta ho dormito senza vederla.

Sono passati molti anni, di tanto in tanto torno a Montefiascone, passo dalla cantina, davanti alla casa che un tempo era mia, nel giardino c’è ancora la sedia di mio nonno ma lui non c’è più, torno al lago e di lei neppure una traccia, ho saputo chi era la ragazza del lago, una giovane donna che ha portato con sé in fondo al lago, un dolore che in superficie non è riuscita a sopportare. Si chiamava Laura.

Pubblicato in: viaggi

Cercare Fernando per Lisbona

Lo chiarirò subito, amo Lisbona in ogni sua espressione. Le zone più antiche, i rossi tetti bagnati dalla pioggia, il cielo più azzurro che esista (sarà il riflesso dell’Atlantico) e le periferie degradate.

Amo soprattutto le tracce di un passato glorioso e decaduto che spunta dietro ogni angolo. Dal Castello che domina la città, ai vicoli stretti e sudici e le scale che curvano con quei mancorrenti a dividere chi sale da chi scende.

E amo Pessoa, il Poeta, secondo alcuni (Tabucchi, per esempio) il più grande del ‘900.

In uno dei miei numerosi viaggi ho cercato le sue tracce, i luoghi che ha vissuto, i bar, le scenografie che hanno fatto da sfondo alle sue poesie (del suo eteronimo Álvaro de Campos), prima fra tutte la famosa Tabacaria che inizia con i sublimi versi: Não sou nada/Nunca serei nada. (Non sono nulla/Mai sarò nulla).

Tranquillo, Fernando, sei semplicemente mirabile.

E del suo amore per Ophélia Queiroz, Ophélinha per il Poeta.

La città è disseminata di targhe, l’ho scoperto strada facendo, quando avevo già visto la casa natale, la chiesa del battesimo e (ri)visto per la millesima volta la scultura che lo raffigura posta di fronte al caffè A Brasileira, uno dei suoi locali preferiti.

Palazzi del centro recanti l’indicazione che al primo o secondo piano c’era la famosa ditta presso la quale Fernando era impiegato come traduttore (era di madrelingua inglese, lungo da spiegare in poche righe) a quello dove, presso la “Valladas & Freitas”, probabilmente, aveva baciato (durante lo straordinario non pagato, s’intende) la sua amata Ophélia. Pessoa aveva trentadue anni, lei diciannove. Un amore intenso, breve e a intermittenza durante l’anno 1920, per poi riprendere nel 1929 e spegnersi definitivamente nel 1932. Che poi lui fosse omosessuale non conta, erano due anime che il destino aveva deciso si dovessero incontrare.

Mi ha incuriosito cercare (anche in rete) dove fosse la citata Tabacaria. Pareri discordanti, ma infine dovrebbe essere quella ancora presente nel cuore della città, il Rossio. E che sia quella o un’altra vicina e ora non più presente poco importa; conta, invece, sapere se poi Esteves ha trovato la sua metafisica.

L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilandosi in tasca il resto?)/Ah, lo conosco: è l’Esteves senza metafisica. (trad. Tabucchi)

Infine, l’ultima casa di Pessoa, quella in cui visse gli anni che lo avvicinarono alla morte. Ora è un museo, piccolo ma bello. Alcune suppellettili sono sicuramente rifatte, altre coeve, poca cosa è originale. Il letto, il cappello di feltro, il vestito sull’appendiabiti, il quadro astrale alla parete (s’interessava di astrologia, astronomia ed esoterismo) e la sua nota silhouette (è un adesivo ma produce un effetto scenico pazzesco) che filtra dalla finestra quando è attraversata dal sole. Ma la teca con gli occhiali tondi, quelli sì, sono sicuramente i suoi, vale il viaggio. Per chi lo ama come me (e siamo in tanti) appaiono come un oggetto magico, capace di farti vedere il mondo come lo vedeva lui. Lo confesso, ho avuto l’impulso di rompere il vetro e rubarli, poi ho resistito, più che per paura dei guardiani per non privare della stessa emozione i successivi ospiti di quella casa.

Un’ultima cosa, a Lisbona non abbiate paura di non trovare una tabaccheria, forse non sarà quella che osservava Pessoa dalla sua finestra, ma ce ne sono tante, come di bar, caffè, ristoranti e altri luoghi dove fermarsi e socializzare.

Un’accortezza, nel ristorante Martinho da Arcada c’è ancora il tavolo riservato al Poeta, non sedete lì, lui potrebbe tornare da un momento all’altro e si seccherebbe molto nel trovarlo occupato.

by Sthepezz

Pubblicato in: Amore, RACCONTI, Riflessioni, viaggi

Ultimo Piano

https://youtu.be/MgEqCzWhbYI

L’ultimo piano è una casa in un palazzo disabitato, di una città che non esiste, è soltanto il luogo che si trasforma seguendo le mie emozioni. Apro la porta spingendo con la mano, la osservo quella mano mentre apre, dapprima è una manina piccola, di bambina, poi le dita si allungano con le unghie dipinte di donna, altre volte la mano rugosa di chi é alla fine del suo tempo. Da sempre mi rifugio all’ultimo piano, dove le pareti esistono ma poi scompaiono, la luce è indefinita, c’è la finestra che mi attende per fare i conti con quello che vedrò fuori. Spesso è la notte con la luce dei lampioni, pochi alberi, il silenzio e nessuno, si traforma e diventa la vetrata di un grattacielo che domina la città con le sue luci infinite e poi ancora bosco, neve, mare, deserto, passaggio di persone distratte che non ho mai visto prima. 

Ci sono le stanze all’ultimo piano e compaiono per ricordarmi il motivo per cui sono lì. La STANZA DEL MONDO, rifugio perfetto in partenza o al rientro di tutti i viaggi reali  e di quelli immaginati. C’è il profumo speziato dell’India, la musica dei clacson di Dehli nelle ore di punta, i sorrisi dei bambini che mi prendono la mano e sento quella pace che mai in nessun luogo ritrovo. Le distese di neve nelle campagne in Polonia al pomeriggio e io che cammino in mezzo a tutto quel candore macchiato di rami, nulla intorno, solo quella profonda malinconia scandita dai miei passi e a tempo con i pensieri. Dopo averci trovato il mondo in quella stanza, mi riappare sempre Lei, Roma, in tutta la sua bellezza, con le luci dell’alba, quando la città è di pochi, quelli con gli occhi assonnati che sorseggiano il caffè, le luci di Roma in certi orari mi tolgono il fiato.

Scorrono le stanze con le porte socchiuse, non sono io a scegliere ma é la stanza dove devo entrare ad aprire la sua porta e quando non è LA STANZA DELLE EMOZIONI spesso è LA STANZA DELL’AMORE, dove entro timorosa perché non so mai dove mi porterà ma soprattutto come ne uscirò. Mi trasformo in quella stanza, le labbra rosse, i capelli tirati, il kimono nero e i miei piedi scalzi. Tutti gli uomini della mia vita sono entrati in quel luogo con me, quelli del passato, quelli del presente ma anche quelli che ho soltanto immaginato. Quella stanza cambia colore continuamente, dal blu notte al rosso sangue degli attimi pieni di passione e di felicità, al nero pece che cola dalle pareti in tutta la sua tristezza disperata. Occhi, labbra, mani, emozioni profonde, ferite rimarginate e tagli sanguinanti, promesse infrante, tenerezza, passione, occhi che guardano dentro altri occhi sapendo che sarà soltanto un istante ma che quell’attimo é pieno di tutto. In quel momento l’aria diventa densa e i colori indefiniti e tutto intorno è  vortice fino a quando si muore un po’ per poi rinascere.

Scendo dall’ultimo piano e torno sotto, dove tutto è più definito ma qualche volta molto meno affascinante, poi penso a quale sarà la prossima misteriosa stanza.

Blu

@FraBluBlu