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La Statale 17 e un sogno su due ruote. Prima parte. 

Abitavo in un complesso di sei condomini disposti a ferro di cavallo e il piazzale al centro era il regno di tutti i bambini.  Eravamo perennemente lì a giocare e c’era sempre qualcuno affacciato ai balconi a controllare che non combinassimo guai o che non attraversassimo la strada.  Sì perché proprio davanti casa mia correva la Statale 17, quella della canzone cantata da Guccini e i Nomadi,  ed era un tratto abbastanza pericoloso perché era dritto e largo,  invogliava a pestare sull’acceleratore. 

Ricordo che faceva caldo quel pomeriggio,  ero sotto casa a giocare a pallone,  io contro il muro.

Poi un rombo in lontananza che si stava facendo sempre più vicino,  un suono che mi ha attirato subito. Arrivava dalla Statale.  Una corsa verso il muro del giardino posteriore, un’arrampicata fino in cima per guardare e…  Eccola.

Stava arrivando, luccicava e faceva rumore perché era molto vicina a casa. 

La motocicletta ha rallentato la sua corsa,  ho visto la freccia che si stava illuminando,  avrebbe svoltato proprio verso quella villetta singola all’inizio della strada. Il tipo con il casco si è fermato, ha suonato il clacson e dopo un’attesa brevissima il cancello si è aperto richiudendosi appena la moto l’ha varcato. 

(to be continued) 
@2FIRSTLINE

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I tuoi momenti verità 

Un bicchiere scheggiato, una nota stonata, quell’alito di vento e tu che mi guardi. È sera, il sole è tramontato da un pezzo, tu sei andata a sederti sul muretto della veranda e hai le ginocchia sotto il mento, stringi le gambe in un abbraccio, stai in silenzio e guardi il cielo che pian piano si fa sempre più scuro.
Ogni tanto abbassi lo sguardo e lo pianti nei miei occhi, così, a tradimento. E ogni volta che lo fai arrossisci perché scopri che io sono lì a guardare, a studiare ogni tuo movimento. Ho quel bicchiere in mano, quello scheggiato che uso sempre la sera, quando mi siedo sulla sdraio. È pieno per un quarto di un liquido ambrato che emana un odore pungente e dolce al tempo stesso. Mi osservi prendere la bottiglia e un altro bicchiere, riempirlo e porgertelo. Ora, col bicchiere in mano cambi posizione, ti avvicini con la schiena alla colonna, ti ci appoggi e incroci le gambe. Bevi un sorso e vedo che il primo impatto col rum ti fa sempre il solito effetto: strizzi gli occhi e arricci il naso, e subito dopo ne bevi un altro piccolo sorso. È una scena questa, che si ripete da sempre. E sempre mi fa uno strano effetto, un misto di ammirazione ed erotismo.
Lo stereo. Ecco la nota stonata, mancava qualcosa. Te ne accorgi, ti alzi con un unico semplice e sensuale movimento e ti dirigi verso la piccola mensola sul muro. Lì accanto ci sono i cd, scorri col dito lungo l’interminabile colonnina accanto allo stereo. So già cosa sceglierai, ti lascio fare perché la serata richiede proprio quello. Inserisci il piccolo disco, primi un tasto ed ecco che le note non sono più tanto stonate.
Torni verso di me, afferri i due bicchieri, li riempi di una dose generosa, me ne porgi uno. Poi ti accorgi che non è il mio bicchiere. Sei in piedi, davanti a me, il pantalone di lino e la camicia bianca ti sbattono addosso ad ogni piccola folata di vento. Alzi il bicchiere, quello scheggiato, lo porti alla bocca e bevi. Poi scambi i bicchieri, con quello sguardo un po’ bambinesco tipico di chi fa una cosa che sa che dà fastidio all’altro e che comunque si diverte nel farla. Vai a sederti di nuovo sul muretto, quello è il tuo posto in momenti come questi.
E di colpo inizi a parlare. Ci conosciamo da tanto tempo ma la tua voce non ha mai smesso di essere per me uno dei suoni più belli che abbia mai sentito.
Parli, racconti, tiri fuori dei pensieri e delle considerazioni che stavano lì da chissà quanto tempo e aspettavano solo una serata come questa per uscire e prendere il volo.
Io chiudo gli occhi, sorseggio il rum e ti ascolto. So che sono i tuoi momenti verità, quei rari momenti in cui ti senti totalmente libera e consapevole di poter dire qualsiasi cosa e sai che sarai capita, ascoltata.
Quando finisci di dare sfogo alle tue verità, vieni ad abbracciarmi accoccolandoti addosso al mio corpo come se quel gesto fosse per te l’arrivo dopo un lungo viaggio, al termine del quale, stanca ma soddisfatta, ritrovi finalmente una dimensione che non è solo tua.  Ma nostra.

@2FIRSTLINE 

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Un ovale in volo ed una presa da manuale. 

Primavera 1996, un pomeriggio come tanti in giro in motorino.  Incrocio due amici,  ci fermiamo a parlare un po’. Mi invitano ad andare a vedere il loro allenamento e visto che non ho niente di meglio da fare, accetto.  

Mi siedo su una panca a circa 15 metri dalla linea di fondocampo,  l’atmosfera è rilassata.  Poi iniziano a fare sul serio, io li guardo ma non ci capisco praticamente niente. 

A fianco a me si siede un signore anzianotto, dopo qualche minuto mi chiede se ho voglia di provare a giocare, lo guardo e l’occhio mi va dritto sulla scena in campo.  Rispondo con un “no grazie,  ci tengo all’osso del collo”.  Il vecchio ride. 

Ad un certo punto si sente urlare dal campo verso di noi, una palla calciata male sta volando dritta verso di me,  in aria descrive un movimento stranissimo.  Non sembra un pallone normale. 

È stato un attimo e mi sono ritrovato quella palla ovale tra le mani (solo dopo mi hanno detto che era stata una presa perfetta). Ed ecco il mio primo contatto con il rugby. 

Riconsegnato il pallone, mi sono ritrovato quel vecchio in piedi al mio fianco.  Insiste che dovrei provare.  Sembra che mi stia sfidando, decido che vabbè al limite torno a casa con qualche livido. Mi fanno entrare in campo e un tizio enorme inizia a spiegarmi le basi del rugby. 

Quella palla che volava in aria mi ha fatto scoprire un modo nuovo di vedere tante cose e ha dato un sapore altrettanto nuovo ad alcune  parole come squadra,  amicizia,  correttezza.  

Ho giocato a rugby per cinque anni e i legami che si sono creati allora resistono al tempo e alla lontananza. Anche quando ho appeso gli scarpini al chiodo e non ho più usato il paradenti sono rimasto lì per un po’ ad aiutare gli allenatori dei bambini ad insegnare loro le regole del gioco e a farli divertire. Una volta che si entra in certi ambienti è difficile uscirne ed è un bene che sia così. 

 Ogni volta che posso vado a ritrovare i vecchi compagni e i coach che adesso stanno facendo con i figli dei miei amici quello che hanno fatto con noi a suo tempo,  vale a dire stanno insegnando che vestire la maglia della squadra significa qualcosa che va oltre gli allenamenti e le partite. Significa far parte di una sorta di seconda famiglia che ti forgia il carattere,  che ti insegna a non mollare anche nei momenti più difficili, che crea amicizie indissolubili. 

Il rugby è una passione e come tutte le passioni va coltivata,  alimentata.  È sì un gioco ma è anche uno stile di vita ed è per questo che… “rugbista una vola,  rugbista per sempre”. 
@2FIRSTLINE 
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Malena canta il tango come nessuna

La tua canzone ha il freddo dell’ultimo incontro. La tua canzone si fa amara nella stanza del ricordo. Io non so se la tua voce è il fiore di una pena, so soltanto che al suono dei tuoi tanghi, Malena, ti sento migliore di me.
La tua voce arriva chiara in questo vicolo deserto, le tue parole d’amore, che ora sussurri, non sono destinate all’uomo che sono.
Ti ho presa, spaurita allodola, e ti ho fatta adorare nelle milonghe più importanti, ti ho aperto porte che non avresti mai varcato.
Ho terminato l’alcool, anche lui mi abbandona, compagno fedele dopo che te ne sei andata.
– Pezzente, sei ancora qui? Vattene o chiamo i buttafuori, dovrebbe dirmi il barman mentre getta bottiglie nel cassonetto.
Corro a controllare se è rimasto qualche fondo. Lo travaso nella mia bottiglia riuscendo a mettere insieme una dose appena sufficiente per sentirmi meno solo.
Di quel giorno ricordo i tuoi occhi scuri, il profumo della tua pelle dorata e le nostre risate spazzate via dallo schianto. E le nostre bocche urlanti.
Non servi più a nulla, dicesti, troppo piano perché lo potessi udire, mentre mi sputavi addosso il tuo volto sfigurato, lo dicesti come se io fossi stato aria, senza pensare che non so far altro che far girare il mondo in tondo.
Mi rendesti folle, la gelosia mi corrodeva nel vederti ancora brillare come un sole circondato da astri sconosciuti, scorrendo inutilmente per me un cabeceo dopo ogni mirada, negandomi il perdono con le vane attese fuori dai teatri, tutte le notti del mondo.
– Eccolo!, dovrebbe dire il barman, indicandomi ai poliziotti.
La tua voce mi arriva acerba, come quando vivevi in quel quartiere, mi sembra di sentirla graffiare di odio; stai piangendo mentre canti, non sono solo parole d’amore.
Il tango riempie l’aria, attraversa il vicolo, colpisce al petto e mi fa cadere in terra, risvegliando ricordi.
Vorrei sentire ancora il sapore delle tue labbra, Malena, anche serrate dal rancore; vorrei toccare le tue mani mentre canti la nostra canzone, anche se ora sono fredde.
Il bandoneon emette note strazianti, si prende lo spazio che merita, la sua voce avvolge tutto di un’ombra senza conforto.
Il suono sale fino a sovrastare le strofe finali che ti muoiono in gola, nelle tue parole scorre lo stesso sangue che ho sulle mani.
La musica si interrompe all’improvviso, senza provare alcuna pietà per chi l’ascolta.
Nessuna pietà. Tu non ne hai provata per un musicista divenuto sordo; nessuna pietà, quella che io non ho avuto mentre mi pregavi di mettere via il coltello.

(liberamente ispirato ai versi di Malena, tango del 1941. Testo di Homero Manzi e musica di Lucio Demare)

by Sthepezz

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Noi che urliamo contro il cielo 

 https://youtu.be/nXIbUvfr9fY

Ci si trova a volte in situazioni poco chiare, che ti buttano il morale sotto zero. Sono quelle volte in cui si inizia a urlare contro il cielo chiedendosi “Perché è toccato proprio a me???” 

Mi è capitato qualche volta, lo ammetto, di alzare gli occhi al cielo e di urlare. Ho urlato in silenzio sovente, e ho anche urlato per davvero tirando fuori tutto il fiato che avevo in corpo. Urli contro il cielo perché appena hai stipulato un mutuo trentennale e non puoi restare senza lavoro, perché quell’incidente contro l’ubriaco ti ha distrutto la macchina nuova, perché dopo aver organizzato per un anno intero la vacanza dei tuoi sogni ti rompi il femore in tre punti andando in piazza con la bicicletta o perché ti sei fatto bocciare come uno scemo all’esame per la patente. Urli tenendo la bocca chiusa perché la lei o il lui che ti fa battere forte il cuore ogni volta che è nei paraggi considera tutti, pure i sassi, ma tu non esisti. E resti immobile a urlare contro il cielo a squarciagola come per far sì che Dio ti senta quando, appena diciassettenne, sei in cerca del tuo migliore amico e lo trovi sdraiato su una panchina con un ago in vena. 

Ognuno ha i suoi motivi per alzare gli occhi e urlare contro un bel cielo azzurro.
Ma contro il cielo ci ho urlato anche la felicità che brucia dentro, perché quelli che ti dicevano che non ce l’avresti fatta si sbagliavano di grosso e perché tu, da qui in avanti, potrai dire che sì, i sogni si avverano.

Contro il cielo urli le canzoni che sembrano averti capita meglio delle persone durante quei concerti che sono pezzi di vita insostituibile, e butti le parole a chi non sai più bene dove stia ma speri che stia bene e che non smetta di guardarti.

Il cielo sta lì e tu puoi gridare la tua gioia per un altro profumo di estate, per un altro bacio, uno di quelli che ti lasciano il segno rosso sul cuore, per l’odore del mare che ti pulisce da ogni male e le ferite, col suo sale, non bruciano più.

Contro il cielo ho urlato il prezzo altissimo della mia libertà, il regalo più prezioso che mi sono fatta, e la fortuna di una famiglia che ha la forma di una stella luminosa e calda come il sole.

Urla contro il cielo la gioia per un sorriso inaspettato mentre sei in coda per qualcosa e per la forza che ti può dare sapere che “certi luci non puoi spegnerle”.

Ognuno ha i suoi motivi per urlare contro un tenebroso cielo blu.

Il fatto sarà sempre: STRINGERCI DI PIÙ!

@2FIRSTLINE & @ACorbetta 

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Patisserie (parte 2)

Alle nove del mattino seguente, Viola stava sul balconcino a bere caffè. Tra le sue cose preferite al mondo, di cui sovente aggiornava la classifica, ai primi posti c’era sempre bere il caffè. Il significato rituale, le chiacchierate con la mamma, gli incontri, i versi, le canzoni: una tazzina era in grado di contenere tutto questo e molto altro ancora.

Lei, che aveva imparato a poco a poco a privarsi di ben altro, non rinunciava mai alla schiumetta calda del latte; un cucchiaino all’inizio e uno alla fine era come qualcuno che le dava il buongiorno e poi il bacio della buonanotte.

Aveva una bella sensazione addosso. Se la sentiva adatta, comoda proprio come quel paio di sandaletti rossi che indossava fiera e che continuava a rimirarsi. Le vennero in mente le scarpette rosse di Karen, protagoniste di una fiaba che si era fatta leggere più e più volte quando era piccola.

Intanto respirava il mare: non lo vedeva ma ne sentiva l’odore. La sua vicinanza le dava serenità.

Si mise ad apparecchiare il tavolino per la colazione: di lì a poco Sveva si sarebbe svegliata e Viola voleva farle trovare tutto pronto. Un piccolo grazie per la sua esistenza preziosissima e bionda.

In pochi minuti tutto era fatto, così Viola si accomodò a una delle sedie della tavola ormai imbandita sul suo balconcino in attesa del risveglio di Sveva.

Spezzò un quadretto di cioccolato fondente dalla tavoletta che aveva messo al suo posto e se lo mise in bocca. Lo gustò piano, dolcemente, sotto il sole già caldo e tante possibilità sotto ai piedi.

In quell’istante di ebbrezza mattutina si ricordò di Flavio, il pasticcere. Il cioccolato, improvvisamente, diventò ancora più buono.

[to be continued…]

Alessandra Corbetta

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In punta di piedi

Lui non c’è.
L’ho capito rigirandomi durante il risveglio e non provando alcun bisogno di sistemarlo.
Per riflettere, incurante del costume da pagliaccio noleggiato per la festa di ieri sera, mi siedo sulla poltroncina ai piedi del letto; qualcosa preme sulla mia natica.
– Ti nascondi anche!, gli sto parlando, sono impazzito!
Lo tiro su, mi sfugge di mano e cade in terra, rotolando sotto il letto. Nella semioscurità lo scorgo rizzarsi in piedi e correre via sui suoi attributi, i miei, e gli grido:
– Ma che cazzo fai?
– Cosa vuoi?, risponde.
– Oddio, parli anche, adesso?
– Pensavi fossi muto?, ribatte.
– Che c’entra; non ho mai sentito dire che un…coso parli, scusa, non so come chiamarti.
– Non sai di cosa sono capace, controbatte.
– Va bene. Comunque vieni qui!, gli ordino.
– Neanche per sogno.
Stampo la faccia più simpatica di cui sono capace, poi con uno scatto fulmineo cerco di afferrarlo. Lui si schiaccia contro l’angolo del muro e dice:
– Lasciami in pace.
– Sei impazzito? Che ti ha preso? Cosa fai? Torna al tuo posto. Subito!
– Non ci penso proprio, dice con tono di sfida. Allora non hai capito. Sono stufo di te e delle cazzate che fai! Voglio starmene un po’ per conto mio, mi gela.
– Ma di quali cazzate straparli?
E aggiungo con tono rassicurante, un attimo prima di sferrare l’attacco finale:
– Stammi bene a sentire. Torna al tuo posto e basta!
È più veloce di me, correndo sui quei due improvvisati piedini si rifugia sotto l’armadio.
– Va bene, parliamo.
– Non abbiamo niente da dirci.
– Mi spieghi cosa ti ho fatto?
– Cosa hai fatto? Non lo sai?, giuro che per quanto mi sforzi non ho capito.
– Spiegamelo.
– L’altra settimana la farmacista, poi quella del bar. Il cesso del quarto piano. Credi sia instancabile? Ieri sera, quella strappona di infermiera. Beh, gli avete dato giù. Io però entro in sciopero. Non sono un ragazzino. Prima o poi facciamo qualche brutta figura.
Accidenti, non mi aspettavo tanta coscienza da un… Lo incalzo.
– Vorresti dire che a te non piace?
– Ah, bravo! Tu pensi che io mi diverta. Inizio a invecchiare, ho molto lavorato, voglio solo un po’ di tregua.
– Che dici? Vuoi farmi credere che mentre lavori non ti diverti?, chioso.
– Non ti voglio far credere nulla. È così!
Lo provoco di nuovo.
– A te non fa alcun effetto fare nuove conoscenze, stringere amicizie o… visitare luoghi sempre diversi?
– Maiale! Sudicio porco. Pensi solo a quello!
Afferro un maglione e mi tuffo sul pavimento cercando di schiacciarlo contro il muro. Lo tengo stretto. Un po’ troppo forte perché il dolore in basso mi fa impazzire.
– Sentimi bene, stronzetto. Per prima cosa andiamo in bagno. Poi facciamo i conti, lo minaccio.
Passando davanti lo specchio del bagno mi accorgo di quanto sono ridicolo, con il mio coso stretto nel maglione. Mentre indugio nel pensare lui ne approfitta per divincolarsi.
– Lasciami in pace, mi giunge da lontano con tono lamentoso.
– Capirai anche da solo che senza di me sei solo un pezzettino di carne senza valore. Alto come un…
– Ah, sì? E tu capirai che senza di me sei nulla, risponde raggelandomi, – e aggiunge – credimi, in punta di piedi ad almeno venticinque centimetri ci arrivo.
– In punta dei piedi? Sei pazzo, di quali piedi vai farneticando? Comunque pensavo di chiederti consiglio, in futuro, prima di incontrare qualcuna, aggiungo in tono conciliante.
– Vedo che stai scendendo a più miti consigli. Che ne dici se iniziamo oggi?
– Oggi?
– Sì, con quella! L’infermiera succhiona.
– Ho un appuntamento con lei?
– L’hai invitata per le tredici e trenta. E non hai nemmeno iniziato a preparare uno dei tuoi soliti pranzetti afrodisiaci.
– Ascoltami. Non mi far fare brutte figure. Oggi va così, poi parliamo.
Entro nella vasca e poggio la testa sul bordo, isolandomi per un attimo dal mondo.
Devo preparare tutto, mi asciugo, tra le gambe faccio prima del solito.
– Pss, pss…pss, dove sei? Dove ti sei cacciato? Vieni qua!
Non risponde, un silenzio innaturale si è impadronito della casa.
Apro il cassetto della biancheria e infilo saltellando il primo slip che trovo. Sul davanti si forma una grande bolla di aria che subito si affloscia. Indosso rapidamente una camicia e poi dei pantaloni afferrati dall’armadio.
– Dove seeei?
La casa è avvolta in un silenzio irreale.
Ora lo trovo e lo sistemo, non può essere lontano.
Un’altra fitta all’inguine, più forte delle precedenti, mi colpisce nell’attimo in cui il campanello di casa mi avvisa che la mia ospite è già arrivata.

by Sthepezz

@Conte27513375

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Sorprendersi/2

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Già, sorprendersi. Vi dicevo che bisogna anche raccontarlo. Ascoltate questa storia…

Non si erano più sentiti, né visti, da circa ventisette anni, dall’ultimo giorno dell’esame di maturità commerciale, al termine del quale, stanchi e sfibrati, ci si era salutati con un fugace “buone vacanze, ragà, finalmente…!”.

Era un torrido giorno di luglio, anno 1983. La vita di Giorgio e Chiara si era rannicchiata, poi, in rispettive diverse direzioni universitarie e personali.

Lei, tra Roma-Sapienza, il suo paesello e il suo amore. Matrimonio con prole, dopo pochi anni; separazione con divorzio finale, dopo pochi altri anni.

Lui, tra Napoli-Federico II e il suo nuovo paese, lontano. Poi, a seguire, libera professione, matrimonio, figli.

La prima sorpresa che si erano visti piombata addosso, era stata il non (volere) incontrarsi più. A causa dei diversi destini? Dell’aver trovato dimore diverse? Sapete, tra i due c’era stata, qualche anno prima, una cotta adolescenziale non corrisposta. Lui se n’era invaghito, di lei, appena uscita da una crisi sentimentale ma ancora innamorata però dell’altro (quello che poi avrebbe sposato). Troppo ingenuamente rassegnato di fronte alla delusione del “niet”, s’era ritirato in buon ordine, come un orso ferito e spaventato. Probabilmente, però, poteva essere solo questione di perseveranza da parte sua, cucciolo timidone, ancora tenero nella sua introversione, rivestita di un’audacia ancora acerba. Lei, si sa, donna sentimentalmente più matura, sebbene coetanea, se lo sarebbe aspettato, lei, un rilancio più vero e convinto dall’amico, cazzone rassegnatosi un po’ troppo sbrigativamente. Erano poi rimasti solo compagni di classe, anche se un (apparente) freddo reciproco li aveva assaliti.

Erano passati gli anni, successioni di primavere e autunni, estati e inverni, i loro. Parlo delle emozioni dei ricordi che, di tanto in tanto, tornavano a pulsare nelle loro teste, nei loro cuori, nelle loro pance. Ormai, ricordi di gioventù, era andata così. Purtroppo.

Ma i cassetti dei sogni di lui (e, vi dico, anche di lei), rimasti chiusi per così tanti anni, erano destinati a riaprirsi dopo essere loro entrati, così, per curiosità, nel malandrino universo Facebook. Che fece sbucare la chiave per riaprirli, per andare ognuno a rovistare tra le carte e le foto, un po’ polverose, di quei benedetti anni della loro andata (?) gioventù.

Una rimpatriata, poi, una cena tra tutti gli amici di quel V^ Ragioneria 1982-83. Tra loro due, l’emozione di un ritrovato sguardo, di un messaggio rapido di occhi lucidi, il desiderio pronto di un abbraccio, questa volta pieno di sorprendente passione. Con in sé la volontà silente, di rimanere, di starsi dentro davvero, stavolta. Di non scapparsi. E di non salutarsi più con uno svogliato “Ciao, alla prossima..”.

La sorpresa, sì, giunta felpata ma violenta, nelle loro vite. Di nuovo. La voglia di rivedersi, poi, da soli.

Di sorprendersi, ancora. Quasi, a volerlo fare per recuperare quei maledetti ventisette anni di assenza apparente. E scoprirsi sorprendere sé stessi, ora. Con una mente diversa.

Di lì a pochi altri giorni, di nuovo autostrada e centoventi chilometri percorsi in un’ora e dieci minuti. Pazzo lui, ma anche lei ad aspettarselo così. Per ritrovarsi davanti a un aperitivo, a raccontarsi ancora, a sorprendersi, diversi. Non già da cinquantenni o quasi, ma da riscoperti adolescenti, pronti a dirsi le loro vite, con gli occhi pieni di sentimento.

A seguire, poi, serie di telefonate, mail, sms, altri incontri rubati alle loro rispettive vite. Un’amicizia (solo un’amicizia) ritrovata ma decisa. E destinata a rimanere, stavolta. E a farli sorprendere ancora, fino ad oggi. E ancora…

“Averti ritrovato è stata una delle cose più belle che mi siano capitate negli ultimi anni.”

Il senno di poi del sorprendersi. Anche dopo ventisette anni.

Beniamino D’Auria 

alias @_Belcor_

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La verità viene fuori sempre a denti stretti

Mi sembra di far finta da tutta una vita, questo pensava Alberto mentre si accendeva l’ennesima sigaretta. Non succedeva spesso ma, ogni tanto, si affacciava implacabile questa riflessione. Spesso aveva la netta sensazione di essere solo funzionale alla vita di chi gli stava accanto. Padre, marito, fratello. La sua vita sembrava avere senso solo in quelle ristrette categorie, quasi come se non esistesse più come individuo. Dove li metto i miei sogni? Le mie voglie? Pensava in quei momenti. Dove finisce lo spazio degli altri e inizia il mio? Niente, fingere di non esistere se non in quei ruoli gli appariva sempre come la soluzione migliore, inevitabile. Poi del resto, pensava, cosa facevano di diverso gli altri? Sembrano così felici di questo stato di cose. Così convinti del loro ruolo, addirittura parlando con altri usano con orgoglio espressioni tipo “mio marito”, mia “moglie”, quasi a decretare la perdita definitiva dello status di individuo e a pieno titolo diventare uno dei tanti. In fondo, Alberto pensava che tutte queste masturbazioni mentali non sarebbero servite, forse la vita aveva ragioni più semplici di quelle supposte. Allora cosa era questo senso di vuoto che lo accompagnava sempre? Perché non riusciva ad essere come tanti altri?. Alberto spesso pensava alle differenze, soprattutto a quelle riguardanti i vari generi di persone. Il mondo maschile era molto semplice ai sui occhi. La maggioranza passava l’intera esistenza a misurarsi il pisello. Molti uomini fanno branco tra loro, e parlano di tre cose sostanzialmente: calcio, figa e lavoro. Soprattutto spesso ne parlano in termini beceri. Il pisello è fondamentale nella psicologia maschile. Molto dell’equilibrio maschile è condizionato da questo elemento e dalle relative misure. Il mondo femminile a sua volta era per Alberto ricco di suggestioni. Le figure più importanti della sua vita erano donne. L’aspetto dirimente per Alberto del mondo femminile rispetto a quello maschile era rappresentato dal coraggio. Questo aspetto sarebbe bastato da solo a giustificare la sua netta propensione verso tale mondo. Ma erano tante le sfumature che rendevano le donne diverse. Chiaramente, senza generalizzare troppo, di stronze Alberto ne aveva conosciuto tante. Quello che proprio era insopportabile ai suoi occhi era l’eccessiva, quasi patetica esigenza da parte di queste ultime di trovare un uomo da sposare. Qualsiasi fosse l’estrazione sociale o condizione economica le donne vogliono sposarsi. Fermo poi arrivare a 45 anni con 2 figli e rendersi conto di aver sposato un coglione. Quindi una sterminata    pantomima, tutto per assomigliare al prototipo di persona che i nostri genitori avevano  immaginato. Alberto individuava in questa forbice il grado di infelicità. Maggiore era la distanza dal modello prefissato, maggiori erano le possibilità di essere infelici. In tanti passano un’intera vita a liberarsi dai sensi di colpa per non esserci riusciti. Sentirsi sbagliati, imperfetti, pensare di non meritare amore. Forse la vera maturità la raggiungiamo solo quando iniziamo a sbagliare, fallire come soggetti autonomi.

Senza sovrastrutture, solo la nostra pelle.

Maury @freud2912

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Due chiacchere con il Bianconiglio

bianconiglio

Oggi non ho tempo di scrivervi qualcosa, mi sento come il Bianconiglio, con impuntato sul doppiopetto, un orologio a cipolla. Devo scappare, devo correre… a meno che lui (il tempo) non si fermi per un istante: come quando la tua amata arriva al primo appuntamento, come quando ti ha baciato per la prima volta, come quando hai guardato la prima volta tuo figlio, negli occhi, quando è nato o quando qualcuno importante, di caro, se n’è andato per sempre.

Il tempo è così; frena ed impenna a seconda del nostro percepire.

E se tutti gli orologi fossero una bugia? Se quel continuo tic tac avesse un valore solo ipoteticamente sicuro? E’ incomprensibile il come questa variabile del percepire, rispetto all’essere, sia una forbice molto aperta.

Da che so io, poi il tempo non accetta preghiere; ormai mille volte gli ho chiesto di fermarsi, di far durare quell’emozione per sempre. Quell’istante. Ma lui nulla, interviene solo quando sa che quella cosa ti deve per forza rimanere dentro. Forse è dotato di un’intelligenza superiore oppure, siamo noi, che in realtà possiamo, per assurdo, piegarlo al nostro sentire.

Saremmo immortali vivendo solo attimi eterni.

Ho una teoria evanescente e so come usarla! Datemi il tempo di spiegare:

Togliamo la certezza al tempo e concentriamoci sul suo scorrere. Portiamo attenzione a come noi ci interfacciamo con lui, dunque poniamoci delle domande: quando si ferma creando meraviglia? Quando va velocissimo? Quando è pesante e rallenta?

Si ferma creando meraviglia quando: perdi contatto con tutto l’insieme del mondo, ma sei rapito da un dettaglio, quando sei sommerso dalle sensazioni, dalle emozioni, quando non senti più nulla e c’è solo totale immersione in un piccolo frammento della vita. Insomma uno stato d’animo… e se lo allenassimo questo stato d’animo, rimanendo più possibile sintonizzati sul come si sta quando accade, impareremmo, forse, con il tempo a fermare il tempo?(ci provo tutte le mattine prima di alzarmi, ma ancora niente… non demordo però!)

Va velocissimo quando: quando non ci pensi, quando hai altro da fare, quando sei in un flusso di attenzione leggera, impegnato nelle attività del mondo. A Milano si dice: quando sei ciapato. Ore che sembrano quarti d’ora, ti giri verso l’orologio e sono le due, ti rigiri appena puoi e son le quattro; allora l’orogio bara o forse bariamo noi. Se fossimo costantemente presi, non esiterebbe più il tempo scandito, tutto sarebbe un divenire fluendo, solo costante presenza.

Ed infine valutiamo quando è pesante, non passa più e va con il freno a mano inserito. Accade quando siamo in agitazione, quando lo vogliamo controllare, quando ne vogliamo abusare o ne facciamo un uso sbagliato, nella tristezza, nell’insonnia, persi tra i lembi stretti della noia, soli in mezzo a mille tutti ripiegati verso l’interno. Ecco qui il nostro protagonista tira il freno a mano e ci dice: rifletti, perchè non stai fluendo? Cosa non va?

Il tempo ci insegna a vivere e noi, potremmo imparare ad essere sempre diversamente in tempo.

Lo so che sembra scritto da un folle, si forse si, ma per scoprire novità; una mente ardente, sa che bisogna porsi domande sulle cose certe. Solo così capiremo l’incerto.

Avete visto! Ho fatto giusto in tempo a dirvi due cosine, che ha ripreso a ticchettare veloce. Devo scappare, devo correre… a presto.

(probabilmente ora dovreste sentire il rumore delle zampe che saltellando si allontanano leste e vedere un grosso coso bianco in doppiopetto, che scompare nella foresta, dritto verso una piccola porticina)

@ilPhirlosofo