Pubblicato in: Amore, RACCONTI, Riflessioni

I tuoi momenti verità 

Un bicchiere scheggiato, una nota stonata, quell’alito di vento e tu che mi guardi. È sera, il sole è tramontato da un pezzo, tu sei andata a sederti sul muretto della veranda e hai le ginocchia sotto il mento, stringi le gambe in un abbraccio, stai in silenzio e guardi il cielo che pian piano si fa sempre più scuro.
Ogni tanto abbassi lo sguardo e lo pianti nei miei occhi, così, a tradimento. E ogni volta che lo fai arrossisci perché scopri che io sono lì a guardare, a studiare ogni tuo movimento. Ho quel bicchiere in mano, quello scheggiato che uso sempre la sera, quando mi siedo sulla sdraio. È pieno per un quarto di un liquido ambrato che emana un odore pungente e dolce al tempo stesso. Mi osservi prendere la bottiglia e un altro bicchiere, riempirlo e porgertelo. Ora, col bicchiere in mano cambi posizione, ti avvicini con la schiena alla colonna, ti ci appoggi e incroci le gambe. Bevi un sorso e vedo che il primo impatto col rum ti fa sempre il solito effetto: strizzi gli occhi e arricci il naso, e subito dopo ne bevi un altro piccolo sorso. È una scena questa, che si ripete da sempre. E sempre mi fa uno strano effetto, un misto di ammirazione ed erotismo.
Lo stereo. Ecco la nota stonata, mancava qualcosa. Te ne accorgi, ti alzi con un unico semplice e sensuale movimento e ti dirigi verso la piccola mensola sul muro. Lì accanto ci sono i cd, scorri col dito lungo l’interminabile colonnina accanto allo stereo. So già cosa sceglierai, ti lascio fare perché la serata richiede proprio quello. Inserisci il piccolo disco, primi un tasto ed ecco che le note non sono più tanto stonate.
Torni verso di me, afferri i due bicchieri, li riempi di una dose generosa, me ne porgi uno. Poi ti accorgi che non è il mio bicchiere. Sei in piedi, davanti a me, il pantalone di lino e la camicia bianca ti sbattono addosso ad ogni piccola folata di vento. Alzi il bicchiere, quello scheggiato, lo porti alla bocca e bevi. Poi scambi i bicchieri, con quello sguardo un po’ bambinesco tipico di chi fa una cosa che sa che dà fastidio all’altro e che comunque si diverte nel farla. Vai a sederti di nuovo sul muretto, quello è il tuo posto in momenti come questi.
E di colpo inizi a parlare. Ci conosciamo da tanto tempo ma la tua voce non ha mai smesso di essere per me uno dei suoni più belli che abbia mai sentito.
Parli, racconti, tiri fuori dei pensieri e delle considerazioni che stavano lì da chissà quanto tempo e aspettavano solo una serata come questa per uscire e prendere il volo.
Io chiudo gli occhi, sorseggio il rum e ti ascolto. So che sono i tuoi momenti verità, quei rari momenti in cui ti senti totalmente libera e consapevole di poter dire qualsiasi cosa e sai che sarai capita, ascoltata.
Quando finisci di dare sfogo alle tue verità, vieni ad abbracciarmi accoccolandoti addosso al mio corpo come se quel gesto fosse per te l’arrivo dopo un lungo viaggio, al termine del quale, stanca ma soddisfatta, ritrovi finalmente una dimensione che non è solo tua.  Ma nostra.

@2FIRSTLINE 

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Malena canta il tango come nessuna

La tua canzone ha il freddo dell’ultimo incontro. La tua canzone si fa amara nella stanza del ricordo. Io non so se la tua voce è il fiore di una pena, so soltanto che al suono dei tuoi tanghi, Malena, ti sento migliore di me.
La tua voce arriva chiara in questo vicolo deserto, le tue parole d’amore, che ora sussurri, non sono destinate all’uomo che sono.
Ti ho presa, spaurita allodola, e ti ho fatta adorare nelle milonghe più importanti, ti ho aperto porte che non avresti mai varcato.
Ho terminato l’alcool, anche lui mi abbandona, compagno fedele dopo che te ne sei andata.
– Pezzente, sei ancora qui? Vattene o chiamo i buttafuori, dovrebbe dirmi il barman mentre getta bottiglie nel cassonetto.
Corro a controllare se è rimasto qualche fondo. Lo travaso nella mia bottiglia riuscendo a mettere insieme una dose appena sufficiente per sentirmi meno solo.
Di quel giorno ricordo i tuoi occhi scuri, il profumo della tua pelle dorata e le nostre risate spazzate via dallo schianto. E le nostre bocche urlanti.
Non servi più a nulla, dicesti, troppo piano perché lo potessi udire, mentre mi sputavi addosso il tuo volto sfigurato, lo dicesti come se io fossi stato aria, senza pensare che non so far altro che far girare il mondo in tondo.
Mi rendesti folle, la gelosia mi corrodeva nel vederti ancora brillare come un sole circondato da astri sconosciuti, scorrendo inutilmente per me un cabeceo dopo ogni mirada, negandomi il perdono con le vane attese fuori dai teatri, tutte le notti del mondo.
– Eccolo!, dovrebbe dire il barman, indicandomi ai poliziotti.
La tua voce mi arriva acerba, come quando vivevi in quel quartiere, mi sembra di sentirla graffiare di odio; stai piangendo mentre canti, non sono solo parole d’amore.
Il tango riempie l’aria, attraversa il vicolo, colpisce al petto e mi fa cadere in terra, risvegliando ricordi.
Vorrei sentire ancora il sapore delle tue labbra, Malena, anche serrate dal rancore; vorrei toccare le tue mani mentre canti la nostra canzone, anche se ora sono fredde.
Il bandoneon emette note strazianti, si prende lo spazio che merita, la sua voce avvolge tutto di un’ombra senza conforto.
Il suono sale fino a sovrastare le strofe finali che ti muoiono in gola, nelle tue parole scorre lo stesso sangue che ho sulle mani.
La musica si interrompe all’improvviso, senza provare alcuna pietà per chi l’ascolta.
Nessuna pietà. Tu non ne hai provata per un musicista divenuto sordo; nessuna pietà, quella che io non ho avuto mentre mi pregavi di mettere via il coltello.

(liberamente ispirato ai versi di Malena, tango del 1941. Testo di Homero Manzi e musica di Lucio Demare)

by Sthepezz

@Conte27513375

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La mia miglior nemica Part III

Come fai a riconoscere la tua miglior nemica, nota anche come la tua peggior amica? I campanelli d’allarme, più o meno sono questi: sei felice perché hai ottenuto una promozione sul lavoro. Con il sorriso a 46 denti, compresi quelli del giudizio, chiami la tua amica e lei invece di complimentarsi, mantenendo un tono di voce da oltretomba, con un fare altezzoso e annoiato ti risponde “ma come non volevi licenziarti? contenta tu!”. Trenta anni fa avresti, almeno,  avuto la possibilità di sfogare la tua rabbia sbattendo la cornetta del telefono per concludere la conversazione. Ma oggi puoi bloccare le telefonate in arrivo da quel numero. Chissà, capirà? Non è una decisione facile da prendere, dispiace sempre un po’ quando ci si allontana da una persona alla quale hai confidato i tuoi segreti ed hai girato gli screenshot dell’uomominkia di turno mentre lei ti inviava le conversazioni avute con il minkiofono conosciuto al ristorante sotto l’ufficio, a fine Ottobre. Poi ti accorgi che parla male delle vostre amiche e allora ti sorge spontaneo il dubbio che lo faccia di te con loro. E, puntualmente, la perplessità diventa certezza quando arrivi all’aperitivo organizzato per pochi intimi nel localino trendy in stile shabby chic, appena inaugurato, e tutti gli occhi sono puntati su di te. E non è che ti sei addobbata come un albero di Natale a Maggio, dato che hai scelto di indossare un elegantissimo abito silhouette smanicato leggermente svasato con stampa Gucci garden che ricorda un giardino variegato di fiori intrecciati a farfalle, coccinelle, api, scarabei colorati o, a scelta, un dipinto ad olio di Antonello da Messina, un saldalo Rhinestone and butterfly di Caovilla ai piedi e la tua solita Neverfull Damier di Louis Vuitton in spalla. No, non stanno parlando del tuo vestito o delle tue scarpe o della tua borsa: lei, la tua miglior nemica ti ha messo, semplicemente in cattiva luce con le altre raccontando, come è solita fare, la sua versione dei fatti in relazione all’ultima discussione che avete affrontato sul modo di vivere una relazione. Perché è molto più semplice dare pareri quando non si vive una situazione specifica. Anche perché, fateci caso, quando le dispensatrici di consigli non richiesti si ritrovano nella tua stessa condizione, si comportano in maniera diametralmente opposta a quella suggerita a te, mettendo in pratica tutte le tattiche di cui sono a conoscenza, compresa l’inzerbinamento totale pur di arrivare al traguardo e piantare la bandierina sulla quale avranno stampato la scritta “lui è mio”. Che amarezza!

(To be continued)

Valentina Gemelli

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Gli innamorati

 

Eccovi!

Avete gli stessi occhi di sempre

e per sempre quei gesti tra le mani, dalle bocche

ancora dolcissimi suoni di zucchero filato.

Tenetevi stretti!

Dalla foto accanto al letto non vi staccherete

un giorno soltanto,

neanche quando sarà sogno,il rimpianto, un ricordo

di innamorati.

 

(Gli Innamorati, Alessandra Corbetta)

www.alessandracorbetta.net

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L’appartenenza

 

Ti sono appartenuta fino in fondo.

Le mie trecce avevano i nodi delle nostre mani intrecciate;

io sentivo allo stesso tuo orecchio,

lo sguardo che ci univa era volo di gabbiano.

Una protezione fatta come la chioma dell’albero

lo specchio dove non perderci.

Ora l’appartenenza è una lepre in fuga

e io un cacciatore troppo stanco.

(L’appartenenza, Alessandra Corbetta)

 

www.alessandracorbetta.net

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Patisserie (parte 1)

Sembrava uscito da una fiaba, eppure Viola non stava aspettando nessun principe. Ma la bellezza non ha sangue blu, è più un incantesimo a cui decidere ogni volta se aderire o meno.

Nel caldo delle notti di luglio, sulla spiaggia, il mare a un passo, compiere atti di fede non era per niente difficile; per questo Viola decise che sì, si poteva fare: credere ancora una volta, per poco tempo, al fascino della sospensione dal reale, che quella sera avrebbe preso il nome di Flavio, la sua compostezza fiera, la sua precisione esagerata, la sua dolce poesia. Perché Flavio era un pasticcere e mescolava gli ingredienti come fossero parole, giocava coi colori, coi gusti, con i palati delle persone, dava forme diverse, ogni volta, alle cose.

Non che importasse chi fosse. Al mare, a luglio, alla spiaggia, alla musica dispersa nell’aria non interessava davvero.

La gente lì intorno lo aveva visto? Lo aveva scrutato con gli stessi occhi verdi, analitici  e magnetici di Viola? Forse no.

Ma, ogni tanto, la somiglianza fa la differenza.

Non c’era arrivata subito a quella conclusione. Il luglio che l’aveva messa in potenza avrebbe dovuto tramutarsi in gennaio per vederne l’atto, per vederla sgorgare dalla sua testolina sempre pensante. Non che avesse qualcosa di geniale quell’affermazione, ma sintetizzava perfettamente l’incontro, e poterlo definire in poche parole le dava una certa soddisfazione.

La somiglianza fa la differenza, eh già!

Perché se Flavio non fosse assomigliato a Edo, Viola non lo avrebbe guardato così ossessivamente; e, certo, il tovagliolino del bar sarebbe stato comunque lì, tra il bancone e loro due, ma Flavio non lo avrebbe usato per scriverci sopra il numero di Viola.

[to be continued…]

Alessandra Corbetta

www.alessandracorbetta.net

Pubblicato in: Amore, Poesie e Canzoni

Occhi Neri

Gonna lunga e i milioni di ricci arruffati, come i suoi pensieri.

E non riusciva mai a tenerli a bada, i pensieri ed i capelli intendo.

L’espressione incredula di chi si sorprendeva ancora per qualsiasi cosa, l’aria da ragazzina ingenua che si stampava sul suo volto quando mi guardava.

L’ansia delle sue delicate mani che cercavano di nascosto le mie.

Nascosto come quell’amore che non decollava mai. Dolce il suo cuore, dolce la sua pelle.

Ed occhi neri. Occhi così neri, così soli. Occhi che dicevano tante bugie, ma non mentivano mai ad un sentimento.

Fraan83

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Ultimo Piano

https://youtu.be/MgEqCzWhbYI

L’ultimo piano è una casa in un palazzo disabitato, di una città che non esiste, è soltanto il luogo che si trasforma seguendo le mie emozioni. Apro la porta spingendo con la mano, la osservo quella mano mentre apre, dapprima è una manina piccola, di bambina, poi le dita si allungano con le unghie dipinte di donna, altre volte la mano rugosa di chi é alla fine del suo tempo. Da sempre mi rifugio all’ultimo piano, dove le pareti esistono ma poi scompaiono, la luce è indefinita, c’è la finestra che mi attende per fare i conti con quello che vedrò fuori. Spesso è la notte con la luce dei lampioni, pochi alberi, il silenzio e nessuno, si traforma e diventa la vetrata di un grattacielo che domina la città con le sue luci infinite e poi ancora bosco, neve, mare, deserto, passaggio di persone distratte che non ho mai visto prima. 

Ci sono le stanze all’ultimo piano e compaiono per ricordarmi il motivo per cui sono lì. La STANZA DEL MONDO, rifugio perfetto in partenza o al rientro di tutti i viaggi reali  e di quelli immaginati. C’è il profumo speziato dell’India, la musica dei clacson di Dehli nelle ore di punta, i sorrisi dei bambini che mi prendono la mano e sento quella pace che mai in nessun luogo ritrovo. Le distese di neve nelle campagne in Polonia al pomeriggio e io che cammino in mezzo a tutto quel candore macchiato di rami, nulla intorno, solo quella profonda malinconia scandita dai miei passi e a tempo con i pensieri. Dopo averci trovato il mondo in quella stanza, mi riappare sempre Lei, Roma, in tutta la sua bellezza, con le luci dell’alba, quando la città è di pochi, quelli con gli occhi assonnati che sorseggiano il caffè, le luci di Roma in certi orari mi tolgono il fiato.

Scorrono le stanze con le porte socchiuse, non sono io a scegliere ma é la stanza dove devo entrare ad aprire la sua porta e quando non è LA STANZA DELLE EMOZIONI spesso è LA STANZA DELL’AMORE, dove entro timorosa perché non so mai dove mi porterà ma soprattutto come ne uscirò. Mi trasformo in quella stanza, le labbra rosse, i capelli tirati, il kimono nero e i miei piedi scalzi. Tutti gli uomini della mia vita sono entrati in quel luogo con me, quelli del passato, quelli del presente ma anche quelli che ho soltanto immaginato. Quella stanza cambia colore continuamente, dal blu notte al rosso sangue degli attimi pieni di passione e di felicità, al nero pece che cola dalle pareti in tutta la sua tristezza disperata. Occhi, labbra, mani, emozioni profonde, ferite rimarginate e tagli sanguinanti, promesse infrante, tenerezza, passione, occhi che guardano dentro altri occhi sapendo che sarà soltanto un istante ma che quell’attimo é pieno di tutto. In quel momento l’aria diventa densa e i colori indefiniti e tutto intorno è  vortice fino a quando si muore un po’ per poi rinascere.

Scendo dall’ultimo piano e torno sotto, dove tutto è più definito ma qualche volta molto meno affascinante, poi penso a quale sarà la prossima misteriosa stanza.

Blu

@FraBluBlu 

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L’uomominkia condottiero

IL CONDOTTIERO: continua la saga e vi propongo lui, il Massimo Decimo Meridio da tastiera, quello che “ti scrivo io” “il gioco lo conduco io” “ti rispondo quando dico io” “ al mio via fai come dico io” “ti telefono io” “ ti cerco io” che, se poco poco, incontra una Giovanna d’Arco del XXI secolo perde tutte le coordinate e da Massimo Decimo Meridio si trasforma in uno zeptosecondo in un Sancho Panza alla conquista dei mulini a vento! Si, perché l’uomominkia condottiero crede davvero di poter giocare a carte coperte, le sue, ma ignora che, già da tempo, sia stato svelato ogni suo trucco. Perché generale si ma Mago Othelma ancora no e nemmeno Houdini, ché quest’ultimo sapeva sparire e ricomparire ad arte l’uomominkia non sa fare nemmeno quello! Ed è importante sottolineare un concetto basilare per poter comprendere le azioni di questo uomo minchiuto sceso da cavallo perché disarcionato: il minkiutissimo, per parafrasare il  “generalissimo” di Franchiana memoria, crede di essere veramente il dittatore del tuo cuore ma la colpa non è totalmente sua, ahimè! Se per un’intera vita si è trovato di fronte una “Miss Yes”, a partire dalla mamma, passando per la fidanzatina di turno, sino ad arrivare alla povera compagna/moglie, capite bene che il viziatissimo minkiaman non avrà altri riferimenti se non quelli dettati da esseri femminili “geishati” e per nulla emancipati. Lo si riconosce subito l’uomominkia condottiero da tastiera; è quello che scrive, contemporaneamente, a più femmine le stesse cose su social diversi: lo fa in DM su Twitter, in PM su Facebook e in Direct su Instagram, così per non perdere nessuna minkiachance. Non usa WhatsApp perché è più facile che la geishata di turno possa controllare il suo essere online, a meno che non lo abbia escluso a seguito di un guizzo di intelligenza, ma dubito perché il minkioman condottiero non è nemmeno tutta questa arca di scienza! Poi se per caso Miss Yes, sua sponte, osasse inoltrare alla sua  generalissima attenzione un messaggio della stessa portata, apriti cielo!!! Il minimo che possa capitare è farlo sentire defraudato da ogni suo potere uomominkiofono, per cui cadrà in depressione e, molto probabilmente, terrà pure il muso regredendo all’età dello svezzamento. Il massimo, invece, che possa accadere è che  visualizzi senza rispondere: e allora sì che la Pulzella ce l’ha fatta davvero a vincere la guerra.

Valentina Gemelli

Pubblicato in: Amore, Riflessioni

L’amore ai tempi della chemioterapia – Pt.2

(Immagine: A-Mors , Pautiero )

Pt.1

Era Febbraio 2011.
Il dolore fisico e il trauma nel venire a conoscenza di aver un tumore, mi annientarono. Ma restai lucido. Cercavo di non lamentarmene mai ed avere sempre una parola di conforto ed un sorriso per i miei cari, i quali tentavano con tanta forza di portarmi un sorriso in quelle stanze d’ospedale dalle pareti dipinte di in bianco spento, quasi grigio. Ricordo ancora mia  madre che piangeva fuori dalla stanza in cui ero ricoverato,per non farsi vedere, ma io me ne accorgevo dagli occhi lucidi.
Ad una settimana dal ricovero, quando le infezioni e le relative ferite si erano stabilizzate, il primario decise, con molta sicurezza, di farmi iniziare il ciclo di chemioterapia per la mia forma di Leucemia.
Il primo giorno di chemioterapia, la mia ex si presentò lì in ospedale, con mio sommo stupore. Non credevo che si informasse su cosa facessi io e delle mie condizioni di salute (Oggi si direbbe “stalkerare”).

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