Pubblicato in: Amore, RACCONTI

Malena canta il tango come nessuna

La tua canzone ha il freddo dell’ultimo incontro. La tua canzone si fa amara nella stanza del ricordo. Io non so se la tua voce è il fiore di una pena, so soltanto che al suono dei tuoi tanghi, Malena, ti sento migliore di me.
La tua voce arriva chiara in questo vicolo deserto, le tue parole d’amore, che ora sussurri, non sono destinate all’uomo che sono.
Ti ho presa, spaurita allodola, e ti ho fatta adorare nelle milonghe più importanti, ti ho aperto porte che non avresti mai varcato.
Ho terminato l’alcool, anche lui mi abbandona, compagno fedele dopo che te ne sei andata.
– Pezzente, sei ancora qui? Vattene o chiamo i buttafuori, dovrebbe dirmi il barman mentre getta bottiglie nel cassonetto.
Corro a controllare se è rimasto qualche fondo. Lo travaso nella mia bottiglia riuscendo a mettere insieme una dose appena sufficiente per sentirmi meno solo.
Di quel giorno ricordo i tuoi occhi scuri, il profumo della tua pelle dorata e le nostre risate spazzate via dallo schianto. E le nostre bocche urlanti.
Non servi più a nulla, dicesti, troppo piano perché lo potessi udire, mentre mi sputavi addosso il tuo volto sfigurato, lo dicesti come se io fossi stato aria, senza pensare che non so far altro che far girare il mondo in tondo.
Mi rendesti folle, la gelosia mi corrodeva nel vederti ancora brillare come un sole circondato da astri sconosciuti, scorrendo inutilmente per me un cabeceo dopo ogni mirada, negandomi il perdono con le vane attese fuori dai teatri, tutte le notti del mondo.
– Eccolo!, dovrebbe dire il barman, indicandomi ai poliziotti.
La tua voce mi arriva acerba, come quando vivevi in quel quartiere, mi sembra di sentirla graffiare di odio; stai piangendo mentre canti, non sono solo parole d’amore.
Il tango riempie l’aria, attraversa il vicolo, colpisce al petto e mi fa cadere in terra, risvegliando ricordi.
Vorrei sentire ancora il sapore delle tue labbra, Malena, anche serrate dal rancore; vorrei toccare le tue mani mentre canti la nostra canzone, anche se ora sono fredde.
Il bandoneon emette note strazianti, si prende lo spazio che merita, la sua voce avvolge tutto di un’ombra senza conforto.
Il suono sale fino a sovrastare le strofe finali che ti muoiono in gola, nelle tue parole scorre lo stesso sangue che ho sulle mani.
La musica si interrompe all’improvviso, senza provare alcuna pietà per chi l’ascolta.
Nessuna pietà. Tu non ne hai provata per un musicista divenuto sordo; nessuna pietà, quella che io non ho avuto mentre mi pregavi di mettere via il coltello.

(liberamente ispirato ai versi di Malena, tango del 1941. Testo di Homero Manzi e musica di Lucio Demare)

by Sthepezz

@Conte27513375

Pubblicato in: RACCONTI, Riflessioni

In punta di piedi

Lui non c’è.
L’ho capito rigirandomi durante il risveglio e non provando alcun bisogno di sistemarlo.
Per riflettere, incurante del costume da pagliaccio noleggiato per la festa di ieri sera, mi siedo sulla poltroncina ai piedi del letto; qualcosa preme sulla mia natica.
– Ti nascondi anche!, gli sto parlando, sono impazzito!
Lo tiro su, mi sfugge di mano e cade in terra, rotolando sotto il letto. Nella semioscurità lo scorgo rizzarsi in piedi e correre via sui suoi attributi, i miei, e gli grido:
– Ma che cazzo fai?
– Cosa vuoi?, risponde.
– Oddio, parli anche, adesso?
– Pensavi fossi muto?, ribatte.
– Che c’entra; non ho mai sentito dire che un…coso parli, scusa, non so come chiamarti.
– Non sai di cosa sono capace, controbatte.
– Va bene. Comunque vieni qui!, gli ordino.
– Neanche per sogno.
Stampo la faccia più simpatica di cui sono capace, poi con uno scatto fulmineo cerco di afferrarlo. Lui si schiaccia contro l’angolo del muro e dice:
– Lasciami in pace.
– Sei impazzito? Che ti ha preso? Cosa fai? Torna al tuo posto. Subito!
– Non ci penso proprio, dice con tono di sfida. Allora non hai capito. Sono stufo di te e delle cazzate che fai! Voglio starmene un po’ per conto mio, mi gela.
– Ma di quali cazzate straparli?
E aggiungo con tono rassicurante, un attimo prima di sferrare l’attacco finale:
– Stammi bene a sentire. Torna al tuo posto e basta!
È più veloce di me, correndo sui quei due improvvisati piedini si rifugia sotto l’armadio.
– Va bene, parliamo.
– Non abbiamo niente da dirci.
– Mi spieghi cosa ti ho fatto?
– Cosa hai fatto? Non lo sai?, giuro che per quanto mi sforzi non ho capito.
– Spiegamelo.
– L’altra settimana la farmacista, poi quella del bar. Il cesso del quarto piano. Credi sia instancabile? Ieri sera, quella strappona di infermiera. Beh, gli avete dato giù. Io però entro in sciopero. Non sono un ragazzino. Prima o poi facciamo qualche brutta figura.
Accidenti, non mi aspettavo tanta coscienza da un… Lo incalzo.
– Vorresti dire che a te non piace?
– Ah, bravo! Tu pensi che io mi diverta. Inizio a invecchiare, ho molto lavorato, voglio solo un po’ di tregua.
– Che dici? Vuoi farmi credere che mentre lavori non ti diverti?, chioso.
– Non ti voglio far credere nulla. È così!
Lo provoco di nuovo.
– A te non fa alcun effetto fare nuove conoscenze, stringere amicizie o… visitare luoghi sempre diversi?
– Maiale! Sudicio porco. Pensi solo a quello!
Afferro un maglione e mi tuffo sul pavimento cercando di schiacciarlo contro il muro. Lo tengo stretto. Un po’ troppo forte perché il dolore in basso mi fa impazzire.
– Sentimi bene, stronzetto. Per prima cosa andiamo in bagno. Poi facciamo i conti, lo minaccio.
Passando davanti lo specchio del bagno mi accorgo di quanto sono ridicolo, con il mio coso stretto nel maglione. Mentre indugio nel pensare lui ne approfitta per divincolarsi.
– Lasciami in pace, mi giunge da lontano con tono lamentoso.
– Capirai anche da solo che senza di me sei solo un pezzettino di carne senza valore. Alto come un…
– Ah, sì? E tu capirai che senza di me sei nulla, risponde raggelandomi, – e aggiunge – credimi, in punta di piedi ad almeno venticinque centimetri ci arrivo.
– In punta dei piedi? Sei pazzo, di quali piedi vai farneticando? Comunque pensavo di chiederti consiglio, in futuro, prima di incontrare qualcuna, aggiungo in tono conciliante.
– Vedo che stai scendendo a più miti consigli. Che ne dici se iniziamo oggi?
– Oggi?
– Sì, con quella! L’infermiera succhiona.
– Ho un appuntamento con lei?
– L’hai invitata per le tredici e trenta. E non hai nemmeno iniziato a preparare uno dei tuoi soliti pranzetti afrodisiaci.
– Ascoltami. Non mi far fare brutte figure. Oggi va così, poi parliamo.
Entro nella vasca e poggio la testa sul bordo, isolandomi per un attimo dal mondo.
Devo preparare tutto, mi asciugo, tra le gambe faccio prima del solito.
– Pss, pss…pss, dove sei? Dove ti sei cacciato? Vieni qua!
Non risponde, un silenzio innaturale si è impadronito della casa.
Apro il cassetto della biancheria e infilo saltellando il primo slip che trovo. Sul davanti si forma una grande bolla di aria che subito si affloscia. Indosso rapidamente una camicia e poi dei pantaloni afferrati dall’armadio.
– Dove seeei?
La casa è avvolta in un silenzio irreale.
Ora lo trovo e lo sistemo, non può essere lontano.
Un’altra fitta all’inguine, più forte delle precedenti, mi colpisce nell’attimo in cui il campanello di casa mi avvisa che la mia ospite è già arrivata.

by Sthepezz

@Conte27513375

Pubblicato in: Costume&Societa', Riflessioni

Dove tagliano i capelli gli adolescenti?

 

Avete fatto caso che passando davanti ai pochi barbieri ancora oggi in attività (ora vanno gli acconciatori unisex) non si vedono quasi mai ragazzi o bambini? I clienti sono costituiti per lo più da adulti o pensionati sprint.

Dove tagliano i capelli gli adolescenti?

Quasi come a voler capire il mistero dell’origine dell’universo, e oltre ad aver trovato la risposta (in casa, dalla parrucchiera della mamma, in saloni unisex), mi sono domandato perché i giovani non frequentano più quelle botteghe tanto antiche quanto indispensabili.

Lì, in quei luoghi che sapevano (e sanno) di talco e profumi improponibili (come quello dell’odioso liquido color rosa che spargevano sopra la sfumatura) si formavano Uomini.

Non pensiate ch’io mi riferisca alle parte di personalità sociale che riguarda le futili cose del mondo, come il lavoro, la politica o lo sport.

Si parlava tanto, noi ragazzi si ascoltava, di sesso.

Gli adolescenti facevano passare avanti gli altri clienti, sperando di sentire qualche storia sulla moglie del fornaio, colta insieme al macellaio mentre imbottivano un panino con la carne o del garzone prestante che portava la spesa a casa (poca ma tutti i giorni) a quella cliente che il padrone credeva solo petulante.

Ma non bastavano le lezioni dei Professori, bisognava studiare; i libri di testo erano lì, gratis.

I testi a disposizione, oltre a Tex, Black Macigno, Capitan Miki, Diabolik, Kriminal e altri, utilizzati dai più avventurosi che frequentavano una diversa facoltà, inutile dirlo di conseguenza i più rovinati per essere passati di mano in mano, erano Satanik, Vampirella e Isabella, quest’ultima apripista del fumetto erotico-avventuroso con eroine procaci e disinibite. E altri ancora, come Jacula, Jolanda de Almaviva (alcuni mirabili disegni erano addirittura di Milo Manara), Zora e l’improbabile ed evocativo Sukia.

Quindi era il mistero del sesso che spingeva i giovani ad avere un aspetto curato.

E sì, confessiamolo, di quei tempi non era facile vedere come era fatto un corpo femminile, specialmente nature. Se ne sentiva solo parlare, voci di corridoio (anche quando ancora non li frequentavamo, più voci di oratorio); i fratelli più grandi raccontavano dell’esistenza di parti anatomiche che immaginavamo vagamente e che mitizzavamo neanche fossero l’unicorno o l’Hydra.

E quando scoprivamo che i grandi avevano raccontato per sentito dire e che, quindi, all’ennesimo riportare di come erano quelle creature che tanto desideravamo, esse avevano già tre o quattro seni e nascondevano organi che, per via delle reiterazioni, erano divenuti enormi e simili a una pianta carnivora.

Beh, facciamola breve, quei corpi mostruosi (trasformatisi in tale modo) non esistevano, né esistevano quelli perfetti dei disegnatori, o forse a noi non era dato conoscerli.

In definitiva esistevano solo le ragazze che ci guardavano giocare al calcio e ci facevano vibrare (anche) il cuore.

E quando tutti gli organi deputati si destavano contemporaneamente, allora, solo allora, eravamo pronti per l’Amore.

by Sthepezz

Pubblicato in: viaggi

Cercare Fernando per Lisbona

Lo chiarirò subito, amo Lisbona in ogni sua espressione. Le zone più antiche, i rossi tetti bagnati dalla pioggia, il cielo più azzurro che esista (sarà il riflesso dell’Atlantico) e le periferie degradate.

Amo soprattutto le tracce di un passato glorioso e decaduto che spunta dietro ogni angolo. Dal Castello che domina la città, ai vicoli stretti e sudici e le scale che curvano con quei mancorrenti a dividere chi sale da chi scende.

E amo Pessoa, il Poeta, secondo alcuni (Tabucchi, per esempio) il più grande del ‘900.

In uno dei miei numerosi viaggi ho cercato le sue tracce, i luoghi che ha vissuto, i bar, le scenografie che hanno fatto da sfondo alle sue poesie (del suo eteronimo Álvaro de Campos), prima fra tutte la famosa Tabacaria che inizia con i sublimi versi: Não sou nada/Nunca serei nada. (Non sono nulla/Mai sarò nulla).

Tranquillo, Fernando, sei semplicemente mirabile.

E del suo amore per Ophélia Queiroz, Ophélinha per il Poeta.

La città è disseminata di targhe, l’ho scoperto strada facendo, quando avevo già visto la casa natale, la chiesa del battesimo e (ri)visto per la millesima volta la scultura che lo raffigura posta di fronte al caffè A Brasileira, uno dei suoi locali preferiti.

Palazzi del centro recanti l’indicazione che al primo o secondo piano c’era la famosa ditta presso la quale Fernando era impiegato come traduttore (era di madrelingua inglese, lungo da spiegare in poche righe) a quello dove, presso la “Valladas & Freitas”, probabilmente, aveva baciato (durante lo straordinario non pagato, s’intende) la sua amata Ophélia. Pessoa aveva trentadue anni, lei diciannove. Un amore intenso, breve e a intermittenza durante l’anno 1920, per poi riprendere nel 1929 e spegnersi definitivamente nel 1932. Che poi lui fosse omosessuale non conta, erano due anime che il destino aveva deciso si dovessero incontrare.

Mi ha incuriosito cercare (anche in rete) dove fosse la citata Tabacaria. Pareri discordanti, ma infine dovrebbe essere quella ancora presente nel cuore della città, il Rossio. E che sia quella o un’altra vicina e ora non più presente poco importa; conta, invece, sapere se poi Esteves ha trovato la sua metafisica.

L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilandosi in tasca il resto?)/Ah, lo conosco: è l’Esteves senza metafisica. (trad. Tabucchi)

Infine, l’ultima casa di Pessoa, quella in cui visse gli anni che lo avvicinarono alla morte. Ora è un museo, piccolo ma bello. Alcune suppellettili sono sicuramente rifatte, altre coeve, poca cosa è originale. Il letto, il cappello di feltro, il vestito sull’appendiabiti, il quadro astrale alla parete (s’interessava di astrologia, astronomia ed esoterismo) e la sua nota silhouette (è un adesivo ma produce un effetto scenico pazzesco) che filtra dalla finestra quando è attraversata dal sole. Ma la teca con gli occhiali tondi, quelli sì, sono sicuramente i suoi, vale il viaggio. Per chi lo ama come me (e siamo in tanti) appaiono come un oggetto magico, capace di farti vedere il mondo come lo vedeva lui. Lo confesso, ho avuto l’impulso di rompere il vetro e rubarli, poi ho resistito, più che per paura dei guardiani per non privare della stessa emozione i successivi ospiti di quella casa.

Un’ultima cosa, a Lisbona non abbiate paura di non trovare una tabaccheria, forse non sarà quella che osservava Pessoa dalla sua finestra, ma ce ne sono tante, come di bar, caffè, ristoranti e altri luoghi dove fermarsi e socializzare.

Un’accortezza, nel ristorante Martinho da Arcada c’è ancora il tavolo riservato al Poeta, non sedete lì, lui potrebbe tornare da un momento all’altro e si seccherebbe molto nel trovarlo occupato.

by Sthepezz