Pubblicato in: Costume&Societa'

Angeli senza ali

E’ risaputo che il periodo economico e sociale sta mettendo a dura prova l’integrità dell’Italia. E sembra che, anche la natura, abbia deciso di scatenare la sua rabbia proprio contro il nostro Paese. Non passa giorno, infatti, senza che i media riportino notizie legate ad alluvioni, frane, terremoti o altri fenomeni naturali che abbiano conseguenze più o meno disastrose.

Sia chiaro, questo spazio non è dedicato ai problemi socio-economici o idrogeologici che affliggono l’Italia e il suo beneamato popolo; questo vuole essere uno spazio interamente dedicato ad una realtà, spesso invisibile e nascosta, che è il fiore all’occhiello di una Nazione apparentemente in ginocchio, quella parte di popolo che, all’occorrenza, tira fuori il meglio di tutti noi.

Si, all’occorrenza. Quei momenti in cui fenomeni devastanti si abbattono sulle nostre vite e ci costringono a piegarci al volere di natura e destino. All’occorrenza perché compaiono all’improvviso. Di giorno, di notte, nei giorni  di festa, per tutti i 365 giorni. Loro ci sono sempre.

In quei momenti ci sono uomini e donne che smettono i panni di operai, professionisti, madri, padri e studenti per indossare una divisa che, indipendentemente dal colore, si uniscono in una unica ed instancabile macchina di soccorso. Non sono supereroi, non hanno poteri magici, non sono robot, non sono infallibili… sono “solo” volontari che supportano l’operato dei professionisti del soccorso.

Ma chi sono i volontari? Sono persone comuni, persone che, quando non lavorano e non stanno con le famiglie, impiegano il loro tempo libero scorazzando per le strade Sopra ad un “furgone con tante lucine blu e una musichetta che fa ninonino-ninonino”.

Non è una descrizione riduttiva e minimalista, lungi da me l’intenzione di offendere l’operato di quanti prestano questo tipo di servizio, ma è come la maggior parte delle persone vede i volontari. Sono le stesse persone che chiedono “Chi te lo fa fare? Perché lo fai se non vieni pagato?”. Sono le stesse persone che si lamentano se i soccorsi arrivano in ritardo o l’ambulanza non è immediatamente disponibile per l’amico che ha scelto di ubriacarsi rischiando il coma etilico.

È vero. Vestire i panni di un soccorritore volontario non è semplice e, probabilmente, nemmeno pensarlo. Essere volontario richiede impegno fisico, impegno emotivo, tempo. Soccorrono persone in qualsiasi ambiente, con ogni condizione meteorologica. No, non è affatto semplice convivere con rischi fisici e psicologici, specialmente quando ci si sente impotenti difronte a determinate situazioni e la voglia di mollare ti prende dappertutto.

Per fortuna non è sempre così. Come quando riesci a far sorridere la bimba impaurita che stai trasportando, o quando riesci a rassicurare l’anziano che, guardandoti con occhi fiduciosi e prendendoti la mano, sorride e chiede “Riuscirò a tornare a casa, vero?”

Nessuno saprà mai se gli angeli esistono. Di sicuro quegli operai, quei professionisti, quelle madri, quei padri e quei studenti hanno una vocazione e hanno ricevuto il dono di poter essere angeli senza ali.

A questo punto viene spontaneo dire che la vera domanda non è “Perché lo fai?” ma “Perché non lo fai anche tu?”

E.

@enigmatico141

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pensieri e gesti

A cosa pensi quando viaggi in treno?

Questa è la domanda che si sente porre da una vocina ogni volta che sale sul treno. Lui, che da quasi 20 anni quel treno lo prende tutti i giorni, ha deciso di rispondere alla vocina che, in realtà, non esiste.

Perché proprio adesso? Perché non ha mai risposto a quella domanda?

Se esiste un perché, è gelosamente custodito tra le pieghe del suo cambiamento, nelle intercapedini di una mente che in molti hanno definito complicata, misteriosa, dannatamente razionale. Nessuno può dire se sia pregio o difetto, ma una cosa è certa: il tempo l’ha reso ancor più taciturno e riflessivo, con la capacità di osservare e di capire quando e come parlare.

Lui ama osservare, soprattutto i dettagli, magari in silenzio, magari senza essere notato. Anche quando sembra che non stia guardando o ascoltando.

Ecco perché il suo posto preferito non è vicino al finestrino, ma nell’angolo del vagone, quello con solo due sedili: è la posizione ideale per osservare tutto e tutti.

Poco dopo essersi seduto, il treno si riempie di persone inghiottite dalla fretta, dalla quotidianità, che con i loro visi stanchi deambulano per tutto il vagone in cerca di un posto in cui accamparsi; la ricerca sembra una danza del tutto simile ad un rituale di accoppiamento che, quasi sempre, termina accanto ad uno sconosciuto.

Proprio cosi. La maggior parte delle volte il compagno di viaggio è una persona di cui ignoravamo l’esistenza, una persona che continuerebbe ad essere un perfetto sconosciuto anche se gli sedessimo accanto per altri 20 anni.

Questo è il motivo per cui, spesso, si chiedeva quali requisiti dovesse avere un “degno” compagno di viaggio. Lui che, al posto di uno sconosciuto qualsiasi ha scelto la musica, la solitudine e la riflessione. Perché solo quando è in treno può riflettere… ché per pensare deve essere solo, in compagnia solo della sua musica.

Ebbene si, questo lo rende simile agli sconosciuti che, terminato il rituale per la scelta del posto, si affidano alla tecnologia per ingannare il tempo durante il viaggio. Le stessa tecnologia che permette di essere in costante contatto con il mondo, di accorciare le distanze tra le persone, di avere tutta la musica a portata di orecchio ma che dall’altra parte toglie la parola tra persone vicine, aumenta i silenzi, aumenta gli spazi tra corpi apparentemente vivi.

No, quasi 20 anni fa non era così. Quasi 20 anni fa le persone parlavano tra loro, si guardavano negli occhi, comunicavano.

Tempo fa, treno e stazioni, erano sinonimi di arrivi, partenze, addii, abbracci, ultimi baci, ritorni. Ora non è più cosi. Ormai le persone hanno smesso di parlare, non guardano occhi ma lo schermo di un telefono, non comunicano ma deducono. Anche gli addii, gli abbracci, gli ultimi baci e i ritorni non sono più gli stessi; sono sempre meno, sempre più freddi e veloci e nei marciapiedi delle stazioni c’è sempre meno gente che saluta o che aspetta.

Oltre alle parole si sono persi e dimenticati anche i gesti e si finirà per perdere e dimenticare le persone.

Finché avremo la possibilità e la libertà di pensare, ci sarà ancora la speranza di poter cambiare.

Questa è una delle risposte alla domanda della vocina che non esiste.
 
@enigmatico141