Pubblicato in: Amore

Gli innamorati

 

Eccovi!

Avete gli stessi occhi di sempre

e per sempre quei gesti tra le mani, dalle bocche

ancora dolcissimi suoni di zucchero filato.

Tenetevi stretti!

Dalla foto accanto al letto non vi staccherete

un giorno soltanto,

neanche quando sarà sogno,il rimpianto, un ricordo

di innamorati.

 

(Gli Innamorati, Alessandra Corbetta)

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Patisserie (parte 2)

Alle nove del mattino seguente, Viola stava sul balconcino a bere caffè. Tra le sue cose preferite al mondo, di cui sovente aggiornava la classifica, ai primi posti c’era sempre bere il caffè. Il significato rituale, le chiacchierate con la mamma, gli incontri, i versi, le canzoni: una tazzina era in grado di contenere tutto questo e molto altro ancora.

Lei, che aveva imparato a poco a poco a privarsi di ben altro, non rinunciava mai alla schiumetta calda del latte; un cucchiaino all’inizio e uno alla fine era come qualcuno che le dava il buongiorno e poi il bacio della buonanotte.

Aveva una bella sensazione addosso. Se la sentiva adatta, comoda proprio come quel paio di sandaletti rossi che indossava fiera e che continuava a rimirarsi. Le vennero in mente le scarpette rosse di Karen, protagoniste di una fiaba che si era fatta leggere più e più volte quando era piccola.

Intanto respirava il mare: non lo vedeva ma ne sentiva l’odore. La sua vicinanza le dava serenità.

Si mise ad apparecchiare il tavolino per la colazione: di lì a poco Sveva si sarebbe svegliata e Viola voleva farle trovare tutto pronto. Un piccolo grazie per la sua esistenza preziosissima e bionda.

In pochi minuti tutto era fatto, così Viola si accomodò a una delle sedie della tavola ormai imbandita sul suo balconcino in attesa del risveglio di Sveva.

Spezzò un quadretto di cioccolato fondente dalla tavoletta che aveva messo al suo posto e se lo mise in bocca. Lo gustò piano, dolcemente, sotto il sole già caldo e tante possibilità sotto ai piedi.

In quell’istante di ebbrezza mattutina si ricordò di Flavio, il pasticcere. Il cioccolato, improvvisamente, diventò ancora più buono.

[to be continued…]

Alessandra Corbetta

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L’appartenenza

 

Ti sono appartenuta fino in fondo.

Le mie trecce avevano i nodi delle nostre mani intrecciate;

io sentivo allo stesso tuo orecchio,

lo sguardo che ci univa era volo di gabbiano.

Una protezione fatta come la chioma dell’albero

lo specchio dove non perderci.

Ora l’appartenenza è una lepre in fuga

e io un cacciatore troppo stanco.

(L’appartenenza, Alessandra Corbetta)

 

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Patisserie (parte 1)

Sembrava uscito da una fiaba, eppure Viola non stava aspettando nessun principe. Ma la bellezza non ha sangue blu, è più un incantesimo a cui decidere ogni volta se aderire o meno.

Nel caldo delle notti di luglio, sulla spiaggia, il mare a un passo, compiere atti di fede non era per niente difficile; per questo Viola decise che sì, si poteva fare: credere ancora una volta, per poco tempo, al fascino della sospensione dal reale, che quella sera avrebbe preso il nome di Flavio, la sua compostezza fiera, la sua precisione esagerata, la sua dolce poesia. Perché Flavio era un pasticcere e mescolava gli ingredienti come fossero parole, giocava coi colori, coi gusti, con i palati delle persone, dava forme diverse, ogni volta, alle cose.

Non che importasse chi fosse. Al mare, a luglio, alla spiaggia, alla musica dispersa nell’aria non interessava davvero.

La gente lì intorno lo aveva visto? Lo aveva scrutato con gli stessi occhi verdi, analitici  e magnetici di Viola? Forse no.

Ma, ogni tanto, la somiglianza fa la differenza.

Non c’era arrivata subito a quella conclusione. Il luglio che l’aveva messa in potenza avrebbe dovuto tramutarsi in gennaio per vederne l’atto, per vederla sgorgare dalla sua testolina sempre pensante. Non che avesse qualcosa di geniale quell’affermazione, ma sintetizzava perfettamente l’incontro, e poterlo definire in poche parole le dava una certa soddisfazione.

La somiglianza fa la differenza, eh già!

Perché se Flavio non fosse assomigliato a Edo, Viola non lo avrebbe guardato così ossessivamente; e, certo, il tovagliolino del bar sarebbe stato comunque lì, tra il bancone e loro due, ma Flavio non lo avrebbe usato per scriverci sopra il numero di Viola.

[to be continued…]

Alessandra Corbetta

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Terremoto

 

Cernobbio ci si sei ancora

col tuo lago muto

a far da eco alle nostre parole

sui raggi del sole che baciavano l’acqua:

parole d’amore.

E anche tu, Rio Maggiore, non ti sei mossa;

non si è spostata Vernazza,

non è mutata Monte Rosso,

né Manarola,

neppure Corniglia ha tentennato.

Il mio cuore, lui sì, tentennava

sulla via dell’Amore

per la paura di non vivere abbastanza.

Il mare elbano credo sia lo stesso

e anche quello della laguna:

credo tengano ancora il tempo

che tu mi davi battendomi suoni nuovi.

Immobili, loro beati, sono restati

o mossi di impercettibile movimento lento;

ma noi, invece?

Sconquassati dentro,

distrutti sotto le macerie

inesistenti

che non si fanno raccogliere

e nel silenzio ricomposte restano ad ascoltare ancora

le nostre parole d’amore.

(da Alessandra Corbetta, L’amore non ha via, Flower-ed, Roma 2016)

 

Alessandra Corbetta

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Amore solido, amore liquido. O gassoso?

Sarebbe bello mettersi a parlare d’amore come si deve, ma ci vorrebbe molto tempo, molto spazio, troppa forza.
Sarebbe bello sondare l’amore in ogni suo aspetto, in ogni infinitesima parte che lo compone, prima con raziocinio e analisi scientifica e poi dando sfogo all’arte e alla poesia che di amore se ne intendono.
Mi piacerebbe ascoltare ancora tutti quelli che hanno da dire la loro sull’amore, come si fa col tempo atmosferico, senza pretesa di verità, con fiducia o speranza persa in un fato divino, con dettagli tecnici conosciuti solo alla lontana, per sentito dire.
Con bramosia, vorrei che alla voce “amore” il vocabolario non solo riportasse l’etimologia latina amor-amoris, accompagnata da una sfilza di mai esaustive definizioni e mai sufficienti sinonimi, ma che ne aggiungesse anche un’altra, forse spuria, senza dubbio inventata, che vedesse in quella a iniziale un’imperiosa alfa privativa greca e in quell’amor-amoris  una sorta di paronomasia di mors-mortis: come a dire, quindi, senza morte;  come a dire eros e thanatos, come a dire che la linea è sottile, come a dire “conosci un altro modo per fregar la morte?”; come a dire che ogni tentativo definitorio resta, al più, nel plauso di essere un tentativo.
Perché già esistono amori di diverso tipo (ma può darsi anche che sia uno solo declinato in tante forme come un verbo, di quelli tosti irregolari): l’amore materno, paterno e fraterno, l’amore per un mito, l’amore coniugale, l’amore per l’altra metà, l’amore per quella che si presume tale, l’amore per un cane, per un animale, l’amore che sa di amicizia, il sesso vestito d’amore, l’amore per la nazione, l’amore per le cose.
E ognuno di questi amori ha le sue regole, le sue circostanze e sono tante.
Umberto Galimberti nel suo “Le cose dell’amore” analizza magistralmente, in riferimento soprattutto all’amore di coppia, tutto ciò cui esso inerisce e aderisce: dalla trascendenza alla sessualità, dalla solitudine alla seduzione, dal denaro al desiderio passando per la perversione e la follia, fino a toccare anche la sacralità, l’idealizzazione, la gelosia, il tradimento, l’immedesimazione, l’odio e la passione, il possesso, il matrimonio e addirittura il linguaggio. Tutte cose che, in effetti, con l’amore hanno a che fare.
Un amore che alla fine risulta però, nella società odierna, seguendo ancora Galimberti, impossibile e indispensabile allo stesso tempo: indispensabile in quanto unico spazio in cui l’individuo può dispiegare in toto se stesso, senza regole né ordinamenti precostituiti; impossibile perché, con questi presupposti, ciò che si finisce per cercare nella relazione amorosa non è l’altro bensì  la realizzazione di sé.
Un amore di cui è comunque difficile comprendere il senso, sempre che ne esista uno; un amore di cui è difficile parlare, dovendo esso esprimere l’inesprimibile.
Ma di questo amore, io mi chiedo, si può almeno definire lo stato della materia con il quale si manifesta all’interno delle nostre vite?
Alle volte mi verrebbe da abbracciare totalmente la tesi di Bauman e asserire con lui che l’amore di oggi (ce n’è anche uno di ieri? E quello di domani?) sia liquido, sia un flusso incessante amorfo e fragile come le relazioni che crea; che sia un amore che rimbalza il suo fluttuare tra i diari di Facebook e quelli di una vita che si cerca di costruire alla svelta, come richiestoci, anche se i significati veri annaspano, anche laddove i valori annegano.
Un amore frizzante come la tensione che deve essere subito smaltita, pari alla voglia da soddisfarsi in fretta, e allora fermo come un contratto che non deve mai essere a nostro sfavore, che non deve essere pesante ma allegro come un bel paio di occhiali da sole colorati, fermo come lo stesso ruscello che farà da sfondo a nuovi attori in posa.
Talvolta poi, invece, mi pare possa essere solido, come quel guanto da portiere stilizzato e appeso a mo’ di portachiavi sullo zainetto estivo o come qualsiasi altro gingillo che chiunque di noi non faticherà a trovare tra le proprie cose; potrebbe essere che sia solido come le fitte di dolore a vedere l’anello sul dito di un’altra/o invece che sul proprio anulare; forse è solido come quella foto dove si stava incappucciati sotto la neve di Parma e solido come la cornice d’argento che la contiene, molto solida, ancora più, invero, della bacheca di Facebook.
Solido come i giorni dell’attesa per un Godot bellissimo, come le piastrelle nere di una doccia di un hotel di Verona, solido come gli organi quando smettono di funzionare bene e fanno sentire che possono fare male, molto male.
Solido come la certezza che sia amore, solido come la fede nell’essere fedeli o nel tradire, perché è comunque un atto di fede.
Peccato però che talvolta mi si manifesti anche nella sua forma gassosa, tale a quella delle grandi promesse finite nel vento, dei grandi discorsi il cui senso si perde in tutto lo spazio circostante, tale ai nuovi discorsi che verranno fatti.
Mi pare gassosa l’evanescenza che si subisce quando ci dicono “ho smesso di amarti” e mi paiono gassosi gli attimi di tanti e lunghi anni dimenticati, resi vani. Mi sorprende come possa essere aeriforme la confusione nel capire cosa sia l’amore quando lo si ha e l’essere aeriforme della chiarezza con cui lo si comprende quando non lo si ha più. Aeriforme come l’aria che ci vorrebbe ma che manca quando l’amore va in vacanza, non con noi.
Ma poi mi piace pensare che gli innamorati di Hayez non si staccheranno mai dal loro bacio e che, allora, l’amore attraversi tutti gli stati della materia come il tempo, senza tempo; perché al primo tempo potrebbe succedere il secondo, dopo un intervallo passato fuori a fumare, a riprendersi dall’immedesimazione in qualcosa che non sapremmo nemmeno dire; perché non esiste un tempo ma l’amore hai suoi tempi.
Ce lo troveremo sempre nell’aria dentro un profumo, nelle correnti che si spingono al largo e poi ci riportano a riva, lo troveremo dentro una spiga che attira lo sguardo. E sarà il vento che sorregge la barca di carta che non vuole affondare, come si canta, non a caso, in “Sono qui per l’amore”:
Oggi amare o non amare, scrive Galimberti, non è un’inflazione giuridica, non è un reato criminale anche se da ciò dipende la vita di un’altra persona che può venir ferita più profondamente di quanto non possa menomare una malattia o uccidere la morte.
Nessuno ci risarcisce dall’amore se non l’amore stesso. Ma per ottenere il risarcimento bisogna lasciare che l’amore ci confonda e si confonda e poi saperlo riconoscere, bisogna lasciarlo passare e poi lasciarsi attraversare, bisogna sostituire al “ti amo” il “volo ut sis” agostiniano e dire quindi “voglio che tu sia ciò che sei”, bisogna amare l’amore nella sua forte solidità, nella sua labilità liquida, nella gassosa inafferrabilità con cui alle volte si manifesta, alle volte si nasconde.

Alessandra Corbetta

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