Pubblicato in: Costume&Societa'

Donne in vacanza

Care amiche, state già pensando alle ferie? Anzi, ad un po’ di ferie magari tra di noi e senza il nostro beneamato uomo, fidanzato, compagno o marito.

Allora eccoci pronte per cercare, valutare, organizzare almeno una settimana di totale alienazione dal lavoro, dalle camicie da stirare, dal “cosa preparo per cena”, e cosa mi metto domani (bè no, questo rimane!).

Insomma questa cosa sa’ da fare!

Avete mai visto una donna che si riposa al giorno d’oggi? Tra lavoro, casa, figli e marito e manca il tempo.

Ed ecco che l’argomento vacanze diventa, oserei dire, fondamentale!

Quando e dove, ma soprattutto con chi?

Proviamo ad accantonare temporaneamente i problemi, i doveri e gli impegni e concentriamoci su cosa vorremmo davvero fare.

Ed ecco che una lucina si accende nella nostra testa iperattiva e scatta la voglia irrefrenabile di “relax con le amiche”.

Le stesse amiche che, più o meno, hanno raggiunto la stessa nostra consapevolezza, ovvero:

Ho bisogno di relax!

Il relax, beninteso, non significa solo andare in una SPA a farsi massaggiare per un’ora, né significa uscire per una pizza, un aperitivo o una serata danzante stile anni 90.

A quasi quarant’anni, anche prima ed anche dopo, il relax significa per la maggior parte di noi: facciamo una settimana in albergo e rilassiamoci senza pensare a nessuno tranne che a noi stesse

E poi, diciamoci pure quanto i nostri dolci piedini bramino per un paio di decolté nuove (l’ultimo paio lo abbiamo acquistato l’altro ieri) o come le nostre unghie lacrimino per essere decorate da quel meraviglioso Smalto Rosso Chanel, ne abbiamo proprio bisogno!

Siamo egoiste?

Siamo preoccupate dei mariti che restano a casa?

Bene, donne, la risposta è assolutamente e tassativamente NO!

Anzi ce lo meritiamo.

Mettiamo in ordine le idee:

Egoiste?

No, tutto l’anno siamo madri, mogli, amiche, amanti e donne lavoratrici

I mariti restano a casa. Scatta la famosa Sindrome Femminile da abbandono “dellammmmore”?

Se un marito ti ama non sarà certo qualche giorno di ferie della sua amata che lo farà distrarre? E se lo fa:

  1. noi non vogliamo saperlo;
  2. lo farebbe comunque, i modi si trovano;
  3. magari è l’occasione per verificare se il nostro rapporto di coppia è solido o scolpito nello yogurt!

 

Inoltre un bravo marito al nostro rientro sarà felice e ci riempirà di attenzioni perché gli saremo mancate tantissimo: vuoi mettere non dover più stirare camicie e mangiare pizza tutti i giorni???

(qui mi sono lasciata andare ad un bieco qualunquismo da cabaret, ma ci sta, che ne dite?)

Nel frattempo dovremo sopportare i finti musi lunghi delle nostre metà, tendenti ipocritamente ad “azzerbinarsi” ma, in realtà impegnati in uno spasmodico count-down, pregno di tensione quale deve essere stato il lancio dell’Apollo 11, il 16 Luglio 1969.

Ergo, ritorniamo al concetto iniziale: NOI CE LO MERITIAMO!!!

Arianna Capodiferro alias @arica72

Pubblicato in: RACCONTI, Riflessioni

Un ovale in volo ed una presa da manuale. 

Primavera 1996, un pomeriggio come tanti in giro in motorino.  Incrocio due amici,  ci fermiamo a parlare un po’. Mi invitano ad andare a vedere il loro allenamento e visto che non ho niente di meglio da fare, accetto.  

Mi siedo su una panca a circa 15 metri dalla linea di fondocampo,  l’atmosfera è rilassata.  Poi iniziano a fare sul serio, io li guardo ma non ci capisco praticamente niente. 

A fianco a me si siede un signore anzianotto, dopo qualche minuto mi chiede se ho voglia di provare a giocare, lo guardo e l’occhio mi va dritto sulla scena in campo.  Rispondo con un “no grazie,  ci tengo all’osso del collo”.  Il vecchio ride. 

Ad un certo punto si sente urlare dal campo verso di noi, una palla calciata male sta volando dritta verso di me,  in aria descrive un movimento stranissimo.  Non sembra un pallone normale. 

È stato un attimo e mi sono ritrovato quella palla ovale tra le mani (solo dopo mi hanno detto che era stata una presa perfetta). Ed ecco il mio primo contatto con il rugby. 

Riconsegnato il pallone, mi sono ritrovato quel vecchio in piedi al mio fianco.  Insiste che dovrei provare.  Sembra che mi stia sfidando, decido che vabbè al limite torno a casa con qualche livido. Mi fanno entrare in campo e un tizio enorme inizia a spiegarmi le basi del rugby. 

Quella palla che volava in aria mi ha fatto scoprire un modo nuovo di vedere tante cose e ha dato un sapore altrettanto nuovo ad alcune  parole come squadra,  amicizia,  correttezza.  

Ho giocato a rugby per cinque anni e i legami che si sono creati allora resistono al tempo e alla lontananza. Anche quando ho appeso gli scarpini al chiodo e non ho più usato il paradenti sono rimasto lì per un po’ ad aiutare gli allenatori dei bambini ad insegnare loro le regole del gioco e a farli divertire. Una volta che si entra in certi ambienti è difficile uscirne ed è un bene che sia così. 

 Ogni volta che posso vado a ritrovare i vecchi compagni e i coach che adesso stanno facendo con i figli dei miei amici quello che hanno fatto con noi a suo tempo,  vale a dire stanno insegnando che vestire la maglia della squadra significa qualcosa che va oltre gli allenamenti e le partite. Significa far parte di una sorta di seconda famiglia che ti forgia il carattere,  che ti insegna a non mollare anche nei momenti più difficili, che crea amicizie indissolubili. 

Il rugby è una passione e come tutte le passioni va coltivata,  alimentata.  È sì un gioco ma è anche uno stile di vita ed è per questo che… “rugbista una vola,  rugbista per sempre”. 
@2FIRSTLINE 
http://www.caoticipensieri.wordpress.com

Pubblicato in: Amore, RACCONTI

Malena canta il tango come nessuna

La tua canzone ha il freddo dell’ultimo incontro. La tua canzone si fa amara nella stanza del ricordo. Io non so se la tua voce è il fiore di una pena, so soltanto che al suono dei tuoi tanghi, Malena, ti sento migliore di me.
La tua voce arriva chiara in questo vicolo deserto, le tue parole d’amore, che ora sussurri, non sono destinate all’uomo che sono.
Ti ho presa, spaurita allodola, e ti ho fatta adorare nelle milonghe più importanti, ti ho aperto porte che non avresti mai varcato.
Ho terminato l’alcool, anche lui mi abbandona, compagno fedele dopo che te ne sei andata.
– Pezzente, sei ancora qui? Vattene o chiamo i buttafuori, dovrebbe dirmi il barman mentre getta bottiglie nel cassonetto.
Corro a controllare se è rimasto qualche fondo. Lo travaso nella mia bottiglia riuscendo a mettere insieme una dose appena sufficiente per sentirmi meno solo.
Di quel giorno ricordo i tuoi occhi scuri, il profumo della tua pelle dorata e le nostre risate spazzate via dallo schianto. E le nostre bocche urlanti.
Non servi più a nulla, dicesti, troppo piano perché lo potessi udire, mentre mi sputavi addosso il tuo volto sfigurato, lo dicesti come se io fossi stato aria, senza pensare che non so far altro che far girare il mondo in tondo.
Mi rendesti folle, la gelosia mi corrodeva nel vederti ancora brillare come un sole circondato da astri sconosciuti, scorrendo inutilmente per me un cabeceo dopo ogni mirada, negandomi il perdono con le vane attese fuori dai teatri, tutte le notti del mondo.
– Eccolo!, dovrebbe dire il barman, indicandomi ai poliziotti.
La tua voce mi arriva acerba, come quando vivevi in quel quartiere, mi sembra di sentirla graffiare di odio; stai piangendo mentre canti, non sono solo parole d’amore.
Il tango riempie l’aria, attraversa il vicolo, colpisce al petto e mi fa cadere in terra, risvegliando ricordi.
Vorrei sentire ancora il sapore delle tue labbra, Malena, anche serrate dal rancore; vorrei toccare le tue mani mentre canti la nostra canzone, anche se ora sono fredde.
Il bandoneon emette note strazianti, si prende lo spazio che merita, la sua voce avvolge tutto di un’ombra senza conforto.
Il suono sale fino a sovrastare le strofe finali che ti muoiono in gola, nelle tue parole scorre lo stesso sangue che ho sulle mani.
La musica si interrompe all’improvviso, senza provare alcuna pietà per chi l’ascolta.
Nessuna pietà. Tu non ne hai provata per un musicista divenuto sordo; nessuna pietà, quella che io non ho avuto mentre mi pregavi di mettere via il coltello.

(liberamente ispirato ai versi di Malena, tango del 1941. Testo di Homero Manzi e musica di Lucio Demare)

by Sthepezz

@Conte27513375

Pubblicato in: Cucina

Uova alla Benedict

Le uova alla Benedict, nelle mille varianti possibili, sono un piatto tipicamente usato nei paesi anglosassoni per il brunch o per la colazione.

Non è un piatto difficile, ma bisogna fare attenzione alla preparazione della salsa bernese e del burro chiarificato: non è indispensabile, ma è consigliabile, poiché tiene meglio la temperatura.

Su internet si trovano ricette con tempi di preparazione abbastanza brevi, ma io non mi distacco da quella che vi propongo, che ha tempi un po’ più lunghi per la preparazione degli scones, i muffin dolci che si abbinano perfettamente alle uova.

Uova alla Benedict.jpg Continua a leggere “Uova alla Benedict”

Pubblicato in: Costume&Societa'

La bellezza e la paura di sentirsi nudi

Ci sorprendiamo quando qualcosa irrompe nella nostra vita facendoci acquisire nuove consapevolezze. Ma cosa potrebbe determinare questo nuovo stato di cose? Da dove dovrebbero provenire questi elementi di novità? Giorgio era profondamente convinto che sarebbe toccato anche a lui questo momento magico, sorprendersi. Finalmente sarebbe cambiato tutto. Forse sarebbe stata una persona? Oppure una vincita straordinaria? 50 anni, insegnante di filosofia al Liceo Pansini di Napoli, Giorgio era scapolo, un bell’ uomo molto corteggiato dalle colleghe che non perdevano occasione di intrattenersi con lui in complicate disquisizioni filosofiche. Amava l’insegnamento e i suoi ragazzi amavano lui. Eppure Giorgio sentiva in maniera costante una profonda inquietudine. Aveva sempre pensato che tutto questo fosse una conseguenza della sua scelta sessuale. Giorgio era gay, nessuno conosceva questo aspetto della sua esistenza. La sua fu una scelta precisa, nessuno doveva saperlo. Non si era mai chiesto il perché, forse trovava fastidiosa l’idea di dover incarnare tutti quei clichè del mondo gay. Se gli altri l’avessero saputo sicuramente si sarebbero aspettati da lui che fosse sensibile, con temperamento artistico, bizzarro, divertente, un famelico cacciatore di uomini. Niente di tutto questo, Giorgio era un uomo ordinario, quasi noioso e non si dispiaceva di essere così. Si sentiva protetto da questo suo modo di essere, invisibile tra invisibili. Eppure si aspettava che tutto questo sarebbe finito, sarebbe arrivato un momento in cui si sarebbe sorpreso. Ogni giorno poteva essere quello giusto. Non aveva avuto molte esperienze, in fondo erano poche, considerata la sua bellezza. Tutte persone a pagamento, preferiva così, forse pensava di non meritarlo l’amore. Considerava giusta questa mortificazione del corpo e della mente. Certe scelte, pensava, dovevano costare caro, dovevano fare male. Preferiva per questo, persone dove fossero visibili i segni del degrado e dell’abbandono, sbandati e alla deriva, come forse era stata la sua scelta che viveva come una scelleratezza. Fu una mattina, una come tante, che successe una cosa che lo avrebbe cambiato per sempre, finalmente si sarebbe sorpreso. Nella 5^ A c’era Nicola, un ragazzo timido, introverso. Per tutti i 5 anni era stato bersaglio dei soliti bulletti che avevano capito che quella timidezza nascondeva altro. Anche Giorgio aveva capito, sapeva da sempre di Nicola, lo aveva capito dai suoi occhi, belli e disperati. Quella mattina, ancora una volta, Nicola doveva subire le battute becere dei suoi compagni di classe, era successo tante volte e Giorgio risolveva la questione sempre seraficamente, come se quelle offese non lo riguardassero. Ma stavolta era diverso, di fronte alle lacrime di Nicola un impeto nuovo invase il suo corpo, le sue parole divennero coraggiose e con orgoglio e naturalezza confessò la sua omosessualità. Abbracciò Nicola, asciugò le sue lacrime e sorrise. Si rese conto che la vera sorpresa era arrivata da se stesso. Finalmente provava orgoglio per tutto quello che era.

by – Freud 2912

Pubblicato in: Cucina

Come l’uomo può riconoscere l’amore a tavola

Questo non sarà un post del tipo “Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene se non si è mangiato bene“. No. Questa citazione di Virginia Woolf ha fatto più morti dell’influenza spagnola, quindi lasciamola stare. Il fatto è che a tavola si capiscono tante cose sulle possibilità di un futuro insieme. Un po’ come quando si prova a condividere il bagno.

Ecco, quindi, alcuni segnali su come l’uomo può riconoscere l’amore a tavola.

appuntamento

Continua a leggere “Come l’uomo può riconoscere l’amore a tavola”

Pubblicato in: Amore, Costume&Societa', Riflessioni

La mia miglior nemica Part III

Come fai a riconoscere la tua miglior nemica, nota anche come la tua peggior amica? I campanelli d’allarme, più o meno sono questi: sei felice perché hai ottenuto una promozione sul lavoro. Con il sorriso a 46 denti, compresi quelli del giudizio, chiami la tua amica e lei invece di complimentarsi, mantenendo un tono di voce da oltretomba, con un fare altezzoso e annoiato ti risponde “ma come non volevi licenziarti? contenta tu!”. Trenta anni fa avresti, almeno,  avuto la possibilità di sfogare la tua rabbia sbattendo la cornetta del telefono per concludere la conversazione. Ma oggi puoi bloccare le telefonate in arrivo da quel numero. Chissà, capirà? Non è una decisione facile da prendere, dispiace sempre un po’ quando ci si allontana da una persona alla quale hai confidato i tuoi segreti ed hai girato gli screenshot dell’uomominkia di turno mentre lei ti inviava le conversazioni avute con il minkiofono conosciuto al ristorante sotto l’ufficio, a fine Ottobre. Poi ti accorgi che parla male delle vostre amiche e allora ti sorge spontaneo il dubbio che lo faccia di te con loro. E, puntualmente, la perplessità diventa certezza quando arrivi all’aperitivo organizzato per pochi intimi nel localino trendy in stile shabby chic, appena inaugurato, e tutti gli occhi sono puntati su di te. E non è che ti sei addobbata come un albero di Natale a Maggio, dato che hai scelto di indossare un elegantissimo abito silhouette smanicato leggermente svasato con stampa Gucci garden che ricorda un giardino variegato di fiori intrecciati a farfalle, coccinelle, api, scarabei colorati o, a scelta, un dipinto ad olio di Antonello da Messina, un saldalo Rhinestone and butterfly di Caovilla ai piedi e la tua solita Neverfull Damier di Louis Vuitton in spalla. No, non stanno parlando del tuo vestito o delle tue scarpe o della tua borsa: lei, la tua miglior nemica ti ha messo, semplicemente in cattiva luce con le altre raccontando, come è solita fare, la sua versione dei fatti in relazione all’ultima discussione che avete affrontato sul modo di vivere una relazione. Perché è molto più semplice dare pareri quando non si vive una situazione specifica. Anche perché, fateci caso, quando le dispensatrici di consigli non richiesti si ritrovano nella tua stessa condizione, si comportano in maniera diametralmente opposta a quella suggerita a te, mettendo in pratica tutte le tattiche di cui sono a conoscenza, compresa l’inzerbinamento totale pur di arrivare al traguardo e piantare la bandierina sulla quale avranno stampato la scritta “lui è mio”. Che amarezza!

(To be continued)

Valentina Gemelli

Pubblicato in: Poesie e Canzoni, RACCONTI, Riflessioni

Noi che urliamo contro il cielo 

 https://youtu.be/nXIbUvfr9fY

Ci si trova a volte in situazioni poco chiare, che ti buttano il morale sotto zero. Sono quelle volte in cui si inizia a urlare contro il cielo chiedendosi “Perché è toccato proprio a me???” 

Mi è capitato qualche volta, lo ammetto, di alzare gli occhi al cielo e di urlare. Ho urlato in silenzio sovente, e ho anche urlato per davvero tirando fuori tutto il fiato che avevo in corpo. Urli contro il cielo perché appena hai stipulato un mutuo trentennale e non puoi restare senza lavoro, perché quell’incidente contro l’ubriaco ti ha distrutto la macchina nuova, perché dopo aver organizzato per un anno intero la vacanza dei tuoi sogni ti rompi il femore in tre punti andando in piazza con la bicicletta o perché ti sei fatto bocciare come uno scemo all’esame per la patente. Urli tenendo la bocca chiusa perché la lei o il lui che ti fa battere forte il cuore ogni volta che è nei paraggi considera tutti, pure i sassi, ma tu non esisti. E resti immobile a urlare contro il cielo a squarciagola come per far sì che Dio ti senta quando, appena diciassettenne, sei in cerca del tuo migliore amico e lo trovi sdraiato su una panchina con un ago in vena. 

Ognuno ha i suoi motivi per alzare gli occhi e urlare contro un bel cielo azzurro.
Ma contro il cielo ci ho urlato anche la felicità che brucia dentro, perché quelli che ti dicevano che non ce l’avresti fatta si sbagliavano di grosso e perché tu, da qui in avanti, potrai dire che sì, i sogni si avverano.

Contro il cielo urli le canzoni che sembrano averti capita meglio delle persone durante quei concerti che sono pezzi di vita insostituibile, e butti le parole a chi non sai più bene dove stia ma speri che stia bene e che non smetta di guardarti.

Il cielo sta lì e tu puoi gridare la tua gioia per un altro profumo di estate, per un altro bacio, uno di quelli che ti lasciano il segno rosso sul cuore, per l’odore del mare che ti pulisce da ogni male e le ferite, col suo sale, non bruciano più.

Contro il cielo ho urlato il prezzo altissimo della mia libertà, il regalo più prezioso che mi sono fatta, e la fortuna di una famiglia che ha la forma di una stella luminosa e calda come il sole.

Urla contro il cielo la gioia per un sorriso inaspettato mentre sei in coda per qualcosa e per la forza che ti può dare sapere che “certi luci non puoi spegnerle”.

Ognuno ha i suoi motivi per urlare contro un tenebroso cielo blu.

Il fatto sarà sempre: STRINGERCI DI PIÙ!

@2FIRSTLINE & @ACorbetta 

http://www.alessandracorbetta.net

http://www.caoticipensieri.wordpress.com 

Pubblicato in: Costume&Societa'

Il tango delle parole

 

Ho questo fremito lungo tutto il corpo, un misto di agitazione ed eccitamento, sorrido ed ho le mani bollenti. Vi prendo la mano, vi guardo speranzoso e vi invito a danzare un tango sulle parole. Di solito, si dà poca importanza a cosa siano in realtà le parole. Le parole sono i disegni dei suoni, una manciata di lettere che prende vita, anima. Esse ci permettono di portare fuori il nostro mondo interiore, il flusso di attenzioni che custodiamo dentro.

Nel tango, tutto inizia nel primo sguardo, perché è un racconto d’amore! Come per questa danza che non puoi fare con chiunque, ci sono alcune parole sono talmente preziose da poter essere donate esclusivamente alle persone care. Tipo: amata, tata, vita mia, papà, mamma, pensate a ti amo e mi piaci… non sono sempre agglomerati di lettere? Eh no. In questo caso sono nuvole di sentimenti, emozioni, variopinti palloncini riempiti a vita vera, quando ti toccano i sensi esplodono, come vento forte, portando in loro tutta la carica di energia che gli è stata soffiata dentro. Richiamano immagini; proprio come se al palloncino svolazzante, fosse legata una cara foto.

Devi sentire la compagna di ballo, devi capirla, anticiparla, ammaliarla, conquistarla, alternare attrazione fatale a repulsione; come le parole. Sono talmente ricettive e sensibili, che per influenzarle basta il tono e loro cambiano subito significato. Allora sono scatole da riempire con pezzi di noi, si, quando parliamo ci confezioniamo e ci doniamo al nostro interlocutore. Persino quando litighiamo, caricando questi magici contenitori d’animo umano di tutto il nostro risentimento o disappunto. Possono diventare anche taglienti, anche dei veri e propri corpi contundenti, ma loro non ci giudicano mai, loro eseguono! Come perfetti soldati innamorati della patria (che poi è la nostra mente, il nostro pensiero)

Ballando insieme bisogna prendere decisioni e scegliere dove tenere le mani, in che direzione mettere il piede… per questo c’è il si ed il no. Che potenza!! Due sole lettere a cui normalmente è legata la creazione del nostro destino. Una scelta, un intento, una decisione. Pensate solo al Si del matrimonio, a quello della richiesta del primo appuntamento oppure a quando arriva il momento di fare all’amore… Come potremmo vivere senza? Ed il No? Provate ad immaginare che senza non potremmo mai liberarci, da quello che non ci sta bene o che ci fa soffrire. I nostri piccoli avverbi (si sono avverbi opinativi, detti anche particelle affermative e negative) sono angeli custodi del nostro futuro, compagni di scelte, a volte quasi impossibili da dire, ma essenziali più dell’aria.

Mentre ti lasci andare, scorrono le emozioni e la voglia di prendere a tirare a sé la compagna, farla sentire il tuo tutto. Anche la parole a volte ti fanno: saltare, sorridere, sussultare, piangere, pensare e tutto il resto. Con le parole puoi tutto!

Non hanno mai fine, come i numeri, se ne possono inventare di nuove mischiandole o storpiandole, pensate a petaloso (si, sto ridendo, non lo dovevo dire petaloso) pensate ad Ops, fatelo piccolo piccolo, diventa Opsino, un neologismo. Pensate a trallalero o a supercalifragilisticoespiralidoso, vado matto per le parole lunghissime, sono sempre complicate ed affascinanti; mi ricordano le donne.

In molti tango c’è lo schiaffo come passo (finto eh non fatemi male), di solito per ricordare alla mente un arrabbiatura, per comunicare velocemente qualcosa di tosto come con le parolacce. Sono le prime che impari se vai in un paese straniero, quasi per sentirti parte di quel luogo, certamente per non essere preso per il naso! Ce ne sono di tantissimi tipi, alcune innoque, altre pesanti sgradevoli, concedetemelo in questa parentesi; anche po’ stronze. Ci sono quelle dei bambini, tipo scema o scemo, che dette in un contesto ridanciano a persone care, diventano quasi degli elogi all’ironia. E quelle dette con complicità sotto le coperte, che bruciano l’aria tutt’intorno. Potremmo parlarne, ore ed ore, e non mi annoierei mai. Ci sono delle volte in cui serve un bell’intercalare di rottura, per dare sapore quando: siete esasperati, vi danno una notizia sconvolgente o siete in macchina nel traffico. Niente è meglio dei nomi volgari degli organi genitali.

Forse adesso, dopo tutti questi volteggi sulle parole, ci sta una stretta con la mano sulla schiena; maschia, per far sentire la presenza, un casqué ed un quasi bacio; perché parlo dei saluti. Per esempio quello definitivo, addio, etimologicamente ti lascio nelle mani di Dio, dell’universo, quasi sempre inteso come ti lascio a Dio, perché io non posso o non voglio più curarmi di te. A me piace pensare che addio sia: lasciamo il nostro prossimo incontro nelle mani del cielo, quando vorrà, quando saremo pronti, quando è perfetto rivederci. Poi c’è il frizzante ciao, il pomposo arrivederci, il timido ma caro buongiorno che come il caffè ci sveglia. I miei preferiti sono quelli che davanti hanno una a come: a domani, a presto, a dopo… Sono speranzosi, danno idea di un contatto, odorano di futuro luminoso.

Quindi ancora tutto affannato e rapito dalla musica, lascio la vostra mano scorrendola e percependola fino all’ultimo millimetro e sperando in un prossimo tango vi dico… a presto.

@ilPhirlosofo

thumbnail_image1

(con la scusa, vi mostro un mio dipinto sull’argomento)

Pubblicato in: Amore

Gli innamorati

 

Eccovi!

Avete gli stessi occhi di sempre

e per sempre quei gesti tra le mani, dalle bocche

ancora dolcissimi suoni di zucchero filato.

Tenetevi stretti!

Dalla foto accanto al letto non vi staccherete

un giorno soltanto,

neanche quando sarà sogno,il rimpianto, un ricordo

di innamorati.

 

(Gli Innamorati, Alessandra Corbetta)

www.alessandracorbetta.net