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Lei, la bellissima maneggiare con cura

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Ho reincontrato per un caffè la mia fidanzata di quando avevo 18 anni, il mio primo amore forte. Lei, la bellissima maneggiare con cura, mi ha risvegliato tutto un variopinto sentimento di nostalgia a ciò che era, che ero: un fiore delicato. Sapendo di vedermi dopo 19 anni mi ha riportato una cosa, due versi che le scrissi quando ci siamo lasciati nonostante entrambi non volessimo (ma quella è la storia di quando sono partito, per 6 mesi, alla ricerca di me stesso), scritto su un foglio bianco con il pennarello blu, senza né forma né sostanza, solo un dolce addio.

Un pezzo ve lo devo far leggere:

…Qualunque fiore tu sia, quando verrà il tuo tempo sboccerai.

Prima di allora potranno passare lunghe e fredde notti,

dai sogni che ne verranno trarrai nutrimento.

Perciò sii paziente verso quanto ti accade, curati,

amati senza paragonarti a nessun altro fiore.

Perché non esiste fiore più bello di quello che si apre alla pienezza di ciò che è

Quando questo avverrà allora potrai scoprire:

Che andavi sognando di essere un fiore che aveva da fiorire…

Lei era dannatamente fragile e gonfia di emozioni insomma un casino. Nel contempo quella era la qualità che di lei mi faceva impazzire ed a lei devo ciò che so sull’argomento.

Con le persone fragili devi fare come con gli scatoloni che contengono bicchieri di cristallo, la presa deve essere salda se no cadono, ma le dita non devono stringere troppo; altrimenti vi troverete solamente con piccoli pezzettini taglienti su tutto il vostro bellissimo parquet di iroko.

Loro sono persone che sentono tutto, anche cose lontane. Forse delicate si, ma vive davvero. Loro amano, sono folli, usano fuggire per difendersi e non devono per forza attaccare aggressivamente. Persone che non fanno paura, luminose e brillarelle, ma che si sentono sempre al buio. Anche se secondo me, un bellissimo fiore, nonostante il buio, rimane sempre un bellissimo fiore.

Poi le vedi piene di cicatrici; Topografiche cartine che mostrano il loro viaggio nella vita. Si, perché, per sentire, bisogna imprimere su se stessi l’oggetto della percezione ed alle volte questa cosa lascia solchi. Non hanno altro modo che vivere se non sbattendo la faccia ed ogni emozione è intensa, troppo, quindi spesso fa male e ferisce. Meno male che insieme al sentire viene dato in omaggio il rinascere meglio, come una fenice che brucia nel fuoco della sua passione, diventando, niente più che una presa di cenere; per poi rinascere con tutte le piume nuove e decisamente più saggia.

Per relazionarti con esse devi usare polso fermo e dita di velluto. Il polso fermo è per i tuoi valori, per quello in cui credi, la tua forza di sorreggere e salvare. Le dita di velluto per cercare di non romperle o sporcarle l’animo, perché bisogna preservarle nel loro candore.

Ogni volta che mi accosto ad una persona così mi vien voglia di star li immobile ad osservarla, di nuotare nel mare dei suoi pensieri, nella moltitudine delle sue emozioni: come dipinti astratti da guardare continuando a girare il quadro.

Delle volte lo faccio ancora, mi apro prima io e cerco di essere gentile. Cerco di percepire quello che loro sentono, vado oltre le parole o i gesti, cerco le voci più sottili del loro comunicare (amo i segreti e sono curioso come un bimbo vispo). Quasi sempre vengo travolto da tutto quel provare cose. Col sorriso, ma travolto.

In fondo bisogna solo usare il metro dell’empatia, lasciando buon sapore. Essere una torre di Babele delle emozioni ed imparare ogni giorno lingue nuove, così; nuove destinazioni. La condizione essenziale é cercare di essere soffici, accoglienti, come quando apri una finestra appena ti svegli da un incubo e prendi una boccata di aria fresca… Allora davvero vedrete quanto hanno di prezioso da dare.

Con la speranza che la prossima volta che vedrete un fiore al buio, lo guarderete bene bene.

Faccio come un punto e virgola; che segna di prendere fiato prima di affrontare un nuovo concetto, ma che non ne interrompe il senso d’insieme… e vi dico a presto.

(P.S. Se lo volete sapere lei poi è sbocciata, ora ha due figli un marito ed un sogno. E’ stato bello rivederla)

@ilPhirlosofo

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Patisserie (parte 1)

Sembrava uscito da una fiaba, eppure Viola non stava aspettando nessun principe. Ma la bellezza non ha sangue blu, è più un incantesimo a cui decidere ogni volta se aderire o meno.

Nel caldo delle notti di luglio, sulla spiaggia, il mare a un passo, compiere atti di fede non era per niente difficile; per questo Viola decise che sì, si poteva fare: credere ancora una volta, per poco tempo, al fascino della sospensione dal reale, che quella sera avrebbe preso il nome di Flavio, la sua compostezza fiera, la sua precisione esagerata, la sua dolce poesia. Perché Flavio era un pasticcere e mescolava gli ingredienti come fossero parole, giocava coi colori, coi gusti, con i palati delle persone, dava forme diverse, ogni volta, alle cose.

Non che importasse chi fosse. Al mare, a luglio, alla spiaggia, alla musica dispersa nell’aria non interessava davvero.

La gente lì intorno lo aveva visto? Lo aveva scrutato con gli stessi occhi verdi, analitici  e magnetici di Viola? Forse no.

Ma, ogni tanto, la somiglianza fa la differenza.

Non c’era arrivata subito a quella conclusione. Il luglio che l’aveva messa in potenza avrebbe dovuto tramutarsi in gennaio per vederne l’atto, per vederla sgorgare dalla sua testolina sempre pensante. Non che avesse qualcosa di geniale quell’affermazione, ma sintetizzava perfettamente l’incontro, e poterlo definire in poche parole le dava una certa soddisfazione.

La somiglianza fa la differenza, eh già!

Perché se Flavio non fosse assomigliato a Edo, Viola non lo avrebbe guardato così ossessivamente; e, certo, il tovagliolino del bar sarebbe stato comunque lì, tra il bancone e loro due, ma Flavio non lo avrebbe usato per scriverci sopra il numero di Viola.

[to be continued…]

Alessandra Corbetta

www.alessandracorbetta.net

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Cercare Fernando per Lisbona

Lo chiarirò subito, amo Lisbona in ogni sua espressione. Le zone più antiche, i rossi tetti bagnati dalla pioggia, il cielo più azzurro che esista (sarà il riflesso dell’Atlantico) e le periferie degradate.

Amo soprattutto le tracce di un passato glorioso e decaduto che spunta dietro ogni angolo. Dal Castello che domina la città, ai vicoli stretti e sudici e le scale che curvano con quei mancorrenti a dividere chi sale da chi scende.

E amo Pessoa, il Poeta, secondo alcuni (Tabucchi, per esempio) il più grande del ‘900.

In uno dei miei numerosi viaggi ho cercato le sue tracce, i luoghi che ha vissuto, i bar, le scenografie che hanno fatto da sfondo alle sue poesie (del suo eteronimo Álvaro de Campos), prima fra tutte la famosa Tabacaria che inizia con i sublimi versi: Não sou nada/Nunca serei nada. (Non sono nulla/Mai sarò nulla).

Tranquillo, Fernando, sei semplicemente mirabile.

E del suo amore per Ophélia Queiroz, Ophélinha per il Poeta.

La città è disseminata di targhe, l’ho scoperto strada facendo, quando avevo già visto la casa natale, la chiesa del battesimo e (ri)visto per la millesima volta la scultura che lo raffigura posta di fronte al caffè A Brasileira, uno dei suoi locali preferiti.

Palazzi del centro recanti l’indicazione che al primo o secondo piano c’era la famosa ditta presso la quale Fernando era impiegato come traduttore (era di madrelingua inglese, lungo da spiegare in poche righe) a quello dove, presso la “Valladas & Freitas”, probabilmente, aveva baciato (durante lo straordinario non pagato, s’intende) la sua amata Ophélia. Pessoa aveva trentadue anni, lei diciannove. Un amore intenso, breve e a intermittenza durante l’anno 1920, per poi riprendere nel 1929 e spegnersi definitivamente nel 1932. Che poi lui fosse omosessuale non conta, erano due anime che il destino aveva deciso si dovessero incontrare.

Mi ha incuriosito cercare (anche in rete) dove fosse la citata Tabacaria. Pareri discordanti, ma infine dovrebbe essere quella ancora presente nel cuore della città, il Rossio. E che sia quella o un’altra vicina e ora non più presente poco importa; conta, invece, sapere se poi Esteves ha trovato la sua metafisica.

L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilandosi in tasca il resto?)/Ah, lo conosco: è l’Esteves senza metafisica. (trad. Tabucchi)

Infine, l’ultima casa di Pessoa, quella in cui visse gli anni che lo avvicinarono alla morte. Ora è un museo, piccolo ma bello. Alcune suppellettili sono sicuramente rifatte, altre coeve, poca cosa è originale. Il letto, il cappello di feltro, il vestito sull’appendiabiti, il quadro astrale alla parete (s’interessava di astrologia, astronomia ed esoterismo) e la sua nota silhouette (è un adesivo ma produce un effetto scenico pazzesco) che filtra dalla finestra quando è attraversata dal sole. Ma la teca con gli occhiali tondi, quelli sì, sono sicuramente i suoi, vale il viaggio. Per chi lo ama come me (e siamo in tanti) appaiono come un oggetto magico, capace di farti vedere il mondo come lo vedeva lui. Lo confesso, ho avuto l’impulso di rompere il vetro e rubarli, poi ho resistito, più che per paura dei guardiani per non privare della stessa emozione i successivi ospiti di quella casa.

Un’ultima cosa, a Lisbona non abbiate paura di non trovare una tabaccheria, forse non sarà quella che osservava Pessoa dalla sua finestra, ma ce ne sono tante, come di bar, caffè, ristoranti e altri luoghi dove fermarsi e socializzare.

Un’accortezza, nel ristorante Martinho da Arcada c’è ancora il tavolo riservato al Poeta, non sedete lì, lui potrebbe tornare da un momento all’altro e si seccherebbe molto nel trovarlo occupato.

by Sthepezz

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Sorprendersi

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Su Twitter ho letto e apprezzato un tweet, tratto da uno dei libri di Massimo Bisotti,  che diceva più o meno così: sorprendersi, il terzo verbo più importante dopo essere e amare.
Ebbene sì. Lo noto anch’io. Quando viene a mancare questa capacità di essere vivi, questo stile, questa ribellione alla monotonia, allora sì che un legame è destinato ad una lenta eutanasia, è intervenuta una sonnolenza, un’apatia che ti dice che quest’amicizia, questo legame, questa relazione, non passerà breve tempo che saranno destinati a perdersi. Ciò accade tra amici ma ancor più tra chi è innamorato, tra marito e moglie. Oggi tra tutte le patologie sociali, tra quelle che minano ogni tipo di relazione tra persone, si è imposta alla grande questa nuova malattia, l’incapacità di sorprendersi ancora. Sarà la crisi generale, sarà il fatto che oggi si è costretti a correre sempre, ad aggredire la giornata non appena sorge il sole, ad usare cinismo, “cazzimma”, come si dice dalle mie parti. Quel che resta è la non voglia di mettersi, così, a sgranocchiare, ad esempio, un sms, un messaggino mattutino per svegliare un amico, la tua metà, non si trova “il genio” per telefonare chi sonnecchia, che pare essersi dimenticato di te, che fa della lontananza il pretesto per fare zzzzz… La lontananza, sì, spesso il limite apparente e il sinonimo dello starsene fermi lì dove si è, in attesa, forse. Eppure, sorprendersi è sinonimo di creatività. Basta usarla sempre, anche quando si crede di essere ridicoli. Un fiore, un messaggio, uno squillo, un cioccolatino, un post-it, una telefonata brevissima per dirsi solo “ti voglio bene”. Che ci vuole?

Pensavo, poi, alla mia di capacità di sorprendermi. E, probabilmente, è anche questo il limite che ho poi nel sorprendere chi mi è vicino. Ecco. Non devo mai stancarmi di sorprendere me stesso. Prima di tutto. Con gesti sempre nuovi, con attenzioni che devo riservarmi, con cure adeguate a farmi sentire vivo nel mio essere.
E’ vero, essere deve significare questo, diamine. Fare della capacità di sorprendere sé stessi (e, quindi, solo poi di sorprendere gli altri!) l’atteggiamento giusto per dare un sapore sempre nuovo alla tua vita, alla routine quotidiana. Nonostante vedi che devi farlo sempre tu per primo. Mi rompo tutte quelle volte che ho sentito e sento di farlo io e solo io. Vorrei tanto, a volte, maggiore reciprocità ma poi realizzo che sorprendere implica poi saper attendere bene, con tenacia, di farsi sorprendere a tua volta, dagli altri. Aspetta e vedrai. Dai tempo a chi vuoi possa al pari tuo, sorprenderti. In fondo, è questa la gara della vita.

Proprio la gara tra chi decide, quindi, di amare sé stesso. E di amare.

(Tutto qui? Mi chiederete… Assolutamente no. Sorprendersi va anche raccontato…)

(to be continued)

Beniamino D’Auria

alias @_Belcor_

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L’amore ai tempi della chemioterapia – Pt.3

(Immagine: A-Mors , Pautiero )

Era Maggio 2011. 

Nemmeno il secondo ciclo di chemioterapia ebbe i risultati sperati. Dopo una due settimane a casa, rientrai in reparto. Era metà maggio. Si ripeté la scena della doccia.

Dopo un paio di giorni, iniziai una “nuova chemioterapia”. Il primario, con poca delicatezza, cercò di incoraggiarmi:
– “Questa nuova chemio ci costa quasi 100.000 euro, quindi deve funzionare per forza”.
Mi incoraggiò ben poco. Anzi, mi sentii povero, in colpa e sopratutto impaurito. Ma decisi di non dargli peso, in fondo sapevo che ancora non era giunto il mio momento.

Ricominciò a scendere nelle vene quel composto chimico di colore blu.

La mattina seguente, arrivò un nuovo compagno di stanza. Ricordo ancora la porta che si aprì e spuntò il suo viso dall’oscurità del corridoio. Occhiali da vista, testa pelata e un’età che forse si aggirava intorno ai 40 anni. Passi brevi, stanchi. Le mani che si aggrappavano al braccio dell’infermiera che lo accompagnava. Era debole e si lamentava del forte mal di testa che non gli dava tregua.
Non ebbi il coraggio di rivolgergli la parola, per paura di disturbarlo. Fu lui dopo un po’ che era immobile nel letto a chiedermi:
– “Tu come ti chiami?”
– “Mi chiamo… Francesco”, con voce insicura. Ancora mi chiedevo chi fosse e cosa lo avesse ridotto in quelle condizioni.
– “Io mi chiamo Stefano (nome inventato per la privacy), piacere”. Si fermo un attimo, fece un respiro e poi “Ah Francè, sei di Avellino?”.
– “No Stefano, sono di Battipaglia”
-“Ah e pure io… ma di che parte ‘e Battipaglia?”
E fu così che iniziò la nostra conversazione, iniziò il rito che accomuna i compagni di sventura, quello di raccontarci le nostre storie a vicenda.

Non avevo mai visto Stefano prima. Mi raccontò di come passò gli ultimi due anni della sua vita tra Avellino e Pescara per vincere la sua battaglia contro la leucemia. Mi raccontò di come riuscì  a trovare un donatore di midollo osseo compatibile al 60% per fare il trapianto. Si riprese la vita e a coronare il sogno che aveva con la sua compagna: quello di avere un figlio.

Non ricordo il nome della compagna, ma ho l’immagine indelebile di lei che si teneva il pancione al nono mese con la mano sinistra, mentre con la destra teneva in mano l’apparecchio che le permetteva di parlare con Stefano. Con i suoi occhi lo fissava attraverso quel vetro che li divideva. Parlavano a fatica attraverso il citofono, perché lui si affannava anche a parlare. Era stanco, la testa gli scoppiava e le parole pesavano ad ogni sillaba. Ma lei non si arrendeva, voleva stare accanto alla persona amata anche questa volta. Come in passato. Come sempre.

Ho visto l’amore negli occhi di lei.

Quella notte, come le altre, il mio sonno era leggero. Bastò un rumore sordo a svegliarmi. Stordito dal sonno non riuscii a capire subito cosa fosse successo. Levai i miei occhi assonnati dal cuscino. La prima cosa che notai fu la luce del bagno accesa e la porta spalancata. Non vidi Stefano nel suo letto. Pensai che fosse uscito fuori dalla stanza non sentendo rumori dal bagno.Mi alzai, mi affacciai dall’altra parte del suo letto e lo vidi lì, a terra, immobile, steso. Allora capii che il rumore sordo era dovuto alla sua caduta.
Gli infermieri dormivano, non si erano accorti di nulla. Io provavo a suonare il campanello per chiamarli senza risultati. Provai ad avvicinarmi per poterlo aiutare ad alzarsi, ma le chemio mi avevano indebolito troppo e il tubicino di gomma che collegava la mia vena alla terapia non mi facilitava i movimenti. Non potei far altro che aspettare che qualcuno accorresse in soccorso di Stefano.

Arrivarono finalmente due infermiere che presero Stefano di peso e lo sdraiarono sul suo letto. E lo rimproveravano del fatto che non avesse chiesto il pappagallo per urinare.
Io stizzito e irritato da quelle infermiere ignoranti, guardavo inerme la scena seduto sul mio letto. Non chiusi più occhio.

Il giorno seguente fecero degli esami specifici, tra cui la TAC. La leucemia era tornata da Stefano, la TAC invece evidenziò che la caduta della notte precedente gli aveva provocato una emorragia cerebrale. Così il dottore decise di metterlo in una stanza da solo così avrebbe potuto fare di tutto per cercare di recuperare la sua salute.

Ad accarezzarlo con la loro presenza c’erano i suoi genitori. Erano anziani e stanchi, il papà si appisolava sulle sedie nel corridoio, ma nonostante tutto era lì, dalla mattina alle 9 fino alle 10 di sera, per giorni, a vegliare il loro figlio che lottava contro la morte dall’altra parte del vetro. A volte sbirciavo dalla mia vetrata per vedere se erano ancora lì nel corridoio, era l’unico modo per sapere se Stefano fosse ancora vivo. Gli infermieri dicevano che stava bene, ma io sapevo che non era così. Tutti i giorni mi affacciavano e loro erano lì.

Un giorno sembrava festa. C’erano tutti i suoi parenti. Arrivò anche la compagna che non vidi per un po’ ed al suo arrivo capii il perché. Era provata dal parto. Il fratello la spingeva lungo quel corridoio su una carrozzina con le ruote sgonfie e arrugginite racimolata al pronto soccorso. Riuscì a farsi dimettere dall’ospedale prima del dovuto e portare la bambina dal suo papà, sperando che l’amore per sua figlia potesse salvarlo. Ricordo ancora che fecero un’eccezione alle regole. La fecero entrare nella  stanza di Stefano per farle abbracciare la figlia. Non so cosa si dissero o se fossero riusciti a parlare, so solo che quel pomeriggio nel reparto tutti si fermarono in un religioso silenzio, come per celebrare il ciclo della vita.

Il giorno dopo non vidi più i genitori di Stefano nel corridoio. Né il giorno successivo. Né quell’altro ancora.

(Continua…)

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Tortiglioni con cipolla caramellata e tuorlo d’uovo fritto

Quello che vi presento oggi è un piatto al quale tengo molto, perché a quanto mi risulta è una ricetta inedita. Non lo si improvvisa all’ultimo momento, ma vi assicuro che la soddisfazione nel mangiarlo compensa ogni minuto di attesa.

tortiglioni-con-cipolla-caramellata-e-tuorlo-fritto Continua a leggere “Tortiglioni con cipolla caramellata e tuorlo d’uovo fritto”

Pubblicato in: RACCONTI, Riflessioni

Crescere troppo in fretta

Un Racconto di Antonella per @tantipensieri.com

Questa è la storia di una bambina cresciuta troppo presto, diventata grande in un soffio, senza neanche il tempo di capire come. Mentre le coetanee giocavano con le bambole lei divorava libri viaggiando con la fantasia e nascondendo il proprio corpo così precoce.

Nel cuore tutto esagerato: la sensibilità, le emozioni, le paure. Il terrore del buio, delle cose enormi, chiuse, degli occhi puntati addosso, dello stupire.

Timore delle parole udite e anche di quelle mai dette, coscienza di se e incoscienza del tutto così strano, insufficiente, troppo stretto e poco accogliente.

Poi sono passati gli anni e il suo viaggio ha cominciato a cambiare direzione: dal tanto avanti all’indietro.

La sua strada è verso la fanciullezza mai pienamente goduta, bruciata in tappe troppo veloci.

La sua scelta di donna ormai matura è un meraviglioso mondo interiore pieno di bellezza, sorrisi e dolcezza.

Il puro mondo delle cose meritate.
Un Racconto di Antonella

@FarfallaSulPrato

per @tantipensieri.com

Pubblicato in: Costume&Societa', Riflessioni

Quanti Hitler nella storia dell’umanità

27 gennaio “Giorno della Memoria”

Riporto da fonti certe che:

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria“, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, in marcia verso Berlino, abbattono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz. Il mondo si trova dinnanzi per la prima volta all’orrore del genocidio nazista: da quel momento nomi come Auschwitz-Birkenau, Treblinka o Mauthausen diventano dolorosamente famosi, simboli eterni ed agghiaccianti del piano razziale di Hitler. Dalle testimonianze dei sopravvissuti e dal ritrovamento degli strumenti di tortura e di annientamento nei vari campi fu possibile scoprire la vera natura della ‘soluzione finale’ volta allo sterminio totale del popolo ebreo e di quei gruppi non conformi al disegno nazista di purezza e perfezione della razza ariana: rom, omosessuali, neri, malati di mente, comunisti, slavi e via dicendo. Tutti quei gruppi definiti Untermenschen, ‘sottopersone’. Tra il 1941 ed il 1945 nei campi di concentramento e di sterminio istituiti dal regime nazionalsocialista morirono tra i dieci e i quattordici milioni di persone. 

Personalmente, in questo giorno specifico vorrei ricordare tutti i genocidi, da quando è nata la razza umana in poi, convenzionalmente scelgo questo specifico genocidio per non dimenticare mai più anche gli altri.

Infatti la storia insegna che di Adolf Hitler siamo purtroppo pieni in tutti i secoli, il primo, molto molto famoso “nei secoli dei secoli”, fu Giulio Cesare che nel “De Bello Gallico”, racconta della strage di un milione di Galli e la morte di Vercingetorige:

Vercingetorige, indossata l’armatura più bella, bardò il cavallo, uscì in sella dalla porta della città di Alesia e, fatto un giro attorno a Cesare seduto, scese da cavallo, si spogliò delle armi che indossava e chinatosi ai piedi di Cesare, se ne stette immobile, fino a quando non fu consegnato alle guardie per essere custodito fino al Trionfo”. Dopo 6 anni di carcere fu ucciso.

Il termine genocidio fu poi coniato nel 1944 dal  professor Raphael Lemkin, ebreo polacco ed accolto da tutti i tribunali internazionali del mondo.

Tra il secolo scorso ed il nuovo millennio, i genocidi sono stati tantissimi e con un totale di morti incalcolabile, vedi Armenia, Ucraina, Nigeria, Cambogia, Ruanda, Bosnia, Darfur, Indonesia, quest’ultimo forse il più sanguinoso.

In tutto questo si inseriscono attentati, stragi terroristiche, stragi naturali e tutto ciò che ormai conosciamo molto bene.

Nessuno potrà mai dimenticare, questo è vero ma perché non rispettare chi vuole ricordare sempre o chi vuole far finta di dimenticare?

Mi chiedo se non farebbe bene a tutti rileggere il Diario di Anna Frank o Se questo è un uomo di Primo Levi o semplicemente riascoltare alcune canzoni.

Ora sto ascoltando queste

Losing My Religion

Sunday Bloody Sunday

7seconds

Imagine

 

e concludo ricordandovi solo una strofa di una di queste canzoni:

 

You may say I’m a dreamer

 But I’m not the only one

 I hope someday you’ll join us

 And the world will be as one

 

Buona giornata della memoria e della riflessione.

Arianna Capodiferro

alias @arica72

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A proposito di Twitter Parte 1

Scritto per tantipensieri da Maurizio alias @freud2912

A cosa servono tante parole? Quale è il senso di stare su un social? Ho sempre pensato che chi ha bisogno di tante parole per esprimere il proprio mondo finga di spogliarsi, in fondo é solo un modo diverso di nascondersi. Una barriera fatta di razionalità, di finta libertà. L’unico effetto è quello di allontanarsi sempre più da se stessi.
I nostri bisogni sono semplici ma le nostre parole lo sanno?. Credo che ci sia un equivoco di fondo. Twitter non è un gioco, come potrebbe esserlo? C’è una esposizione di sè così importante: foto, parole che somigliano a confessioni, continue suggestioni, l’immaginazione che galoppa verso persone spesso idealizzate. Un contenitore fatto di varia umanità, storie di vita che si intrecciano e spesso si rimane con addosso un senso di frustrazione, di vuoto fatto di finta vicinanza. Chiedersi se sia un passo avanti o una regressione dei rapporti umani è un aspetto che solo il tempo potrà chiarire. Per adesso possiamo solo analizzare singoli aspetti, aspettando il tempo necessario per una valutazione che dia un quadro d’insieme esauriente.
Un aspetto che ha catturato la mia attenzione è sicuramente il bisogno di omologazione di tanti, fare parte di un gruppo, attingere conforto e sicurezza da “simili”, alcuni preferiscono parlare di “affinità elettive “, quasi una volontà di perdersi nel flusso di una coscienza collettiva. Una perdita di personalizzazione preoccupante. Uso quasi maniacale di termini simili, concetti ripetuti in maniera quasi ossessiva. Di converso altri preferiscono quasi una sorta di isolamento contraddistinto dalla sciagurata idea di vedere e sentire cose ad appannaggio di pochi eletti. Come se il loro dolore fosse più vero del dolore provato da altri. Quindi appare evidente che questi diversi atteggiamenti hanno un solo comune denominatore, il disagio.
fine prima parte.

Maurizio per tantipensieri.com
alias @freud2912

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pensieri e gesti

A cosa pensi quando viaggi in treno?

Questa è la domanda che si sente porre da una vocina ogni volta che sale sul treno. Lui, che da quasi 20 anni quel treno lo prende tutti i giorni, ha deciso di rispondere alla vocina che, in realtà, non esiste.

Perché proprio adesso? Perché non ha mai risposto a quella domanda?

Se esiste un perché, è gelosamente custodito tra le pieghe del suo cambiamento, nelle intercapedini di una mente che in molti hanno definito complicata, misteriosa, dannatamente razionale. Nessuno può dire se sia pregio o difetto, ma una cosa è certa: il tempo l’ha reso ancor più taciturno e riflessivo, con la capacità di osservare e di capire quando e come parlare.

Lui ama osservare, soprattutto i dettagli, magari in silenzio, magari senza essere notato. Anche quando sembra che non stia guardando o ascoltando.

Ecco perché il suo posto preferito non è vicino al finestrino, ma nell’angolo del vagone, quello con solo due sedili: è la posizione ideale per osservare tutto e tutti.

Poco dopo essersi seduto, il treno si riempie di persone inghiottite dalla fretta, dalla quotidianità, che con i loro visi stanchi deambulano per tutto il vagone in cerca di un posto in cui accamparsi; la ricerca sembra una danza del tutto simile ad un rituale di accoppiamento che, quasi sempre, termina accanto ad uno sconosciuto.

Proprio cosi. La maggior parte delle volte il compagno di viaggio è una persona di cui ignoravamo l’esistenza, una persona che continuerebbe ad essere un perfetto sconosciuto anche se gli sedessimo accanto per altri 20 anni.

Questo è il motivo per cui, spesso, si chiedeva quali requisiti dovesse avere un “degno” compagno di viaggio. Lui che, al posto di uno sconosciuto qualsiasi ha scelto la musica, la solitudine e la riflessione. Perché solo quando è in treno può riflettere… ché per pensare deve essere solo, in compagnia solo della sua musica.

Ebbene si, questo lo rende simile agli sconosciuti che, terminato il rituale per la scelta del posto, si affidano alla tecnologia per ingannare il tempo durante il viaggio. Le stessa tecnologia che permette di essere in costante contatto con il mondo, di accorciare le distanze tra le persone, di avere tutta la musica a portata di orecchio ma che dall’altra parte toglie la parola tra persone vicine, aumenta i silenzi, aumenta gli spazi tra corpi apparentemente vivi.

No, quasi 20 anni fa non era così. Quasi 20 anni fa le persone parlavano tra loro, si guardavano negli occhi, comunicavano.

Tempo fa, treno e stazioni, erano sinonimi di arrivi, partenze, addii, abbracci, ultimi baci, ritorni. Ora non è più cosi. Ormai le persone hanno smesso di parlare, non guardano occhi ma lo schermo di un telefono, non comunicano ma deducono. Anche gli addii, gli abbracci, gli ultimi baci e i ritorni non sono più gli stessi; sono sempre meno, sempre più freddi e veloci e nei marciapiedi delle stazioni c’è sempre meno gente che saluta o che aspetta.

Oltre alle parole si sono persi e dimenticati anche i gesti e si finirà per perdere e dimenticare le persone.

Finché avremo la possibilità e la libertà di pensare, ci sarà ancora la speranza di poter cambiare.

Questa è una delle risposte alla domanda della vocina che non esiste.
 
@enigmatico141